Fin dal titolo, questo articolo dà per scontato che ci sia qualcosa da combattere: questo qualcosa, in maniera abbastanza chiara e definita, è lo Stato Islamico in Iraq e in Siria, ISIS o Daesh.

isis2-599x275

Non è facile per un Socialista accettare che una guerra ci sia e che debba essere combattuta, e tantomeno lo è per un Socialista italiano cresciuto dall’esempio eroico del nostro rifiuto di accettare l’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale a differenza di Partiti più blasonati che però condussero la classe operaia al massacro incrociato.

Ma c’è una guerra in corso: è il conflitto che Abu Bakr Al Baghdadi ha scatenato da tempo per costruire nel Medio Oriente un proprio Stato. Impresa che, dobbiamo riconoscergli, finora ha avuto successo.

Lo Stato Islamico controlla oggi un territorio a cavallo tra Siria e Iraq esteso grossomodo come la Gran Bretagna, e abitato da 8 milioni di persone: ha organizzato un suo esercito e una sua burocrazia; scuole e servizi sociali; al di là del lancio della sua moneta, il “dinaro d’oro”, ha appena approvato la sua prima “Finanziaria”, con il traffico di droga e il contrabbando di petrolio che sono tra le prime, innominabili voci di entrata. Inoltre ISIS è un marchio in franchising di successo: gruppi estremisti locali, dal Pakistan all’Afghanistan, dal Mali alla Libia, dalla Tunisia all’Occidente, gli garantiscono appoggio e forze fresche sul campo per attaccare i “nemici del Califfo” ovunque si trovino.

Gli uomini di Al Baghdadi conducono una guerra su più livelli: sul campo, la guerra che conducono  è contro gli Stati del Medio Oriente, che considerano creazioni posticce figlie dell’imperialismo occidentale e del nazionalismo europeizzante, e contro gli “scismatici”, i musulmani che hanno tradito la fede. A lungo, i loro primi bersagli sono quindi stati gli odiati Sciiti, l’altra grande branca dell’Islam che è dominante in Iran, maggioritaria in Iraq, influente in Libano e in Siria (dove del resto è la base d’appoggio del regime di Assad), repressa altrove dai regimi assolutisti Sunniti del Golfo.

Lo scopo di questa guerra è abbattere i vecchi regimi politici per creare da zero lo Stato di cui parlavamo sopra, analogo moderno del Califfato di Maometto: lo Stato islamico è però in guerra anche al di fuori del Medio Oriente, in Occidente e in altri Paesi in cui l’Islam sia la presenza dominante o una presenza rilevante. Sono affiliati all’ISIS la spietata Boko Haram in Nigeria, fazioni dei ribelli islamici e tuareg in Mali, i gruppi islamisti che minacciano Sirte e la Cirenaica, i responsabili delle stragi in Tunisia.

Queste forze sono di solito pre-esistenti all’ISIS, e vi aderiscono perchè lo considerano un “brand di successo” con cui legittimarsi agli occhi degli  islamisti radicali: l’ISIS vi guadagna basi e contatti all’esterno, altri canali di reclutamento, potenziali partner commerciali per i suoi traffici e, in prospettiva, delle nuove “province” del suo Califfato.

La nostra guerra e la guerra dell’ISIS

La guerra che combattiamo contro l’ISIS in Europa è invece di un genere diverso: al di la dei  proclami apocalittici, non è credibile per i dirigenti dell’ISIS pensare di “conquistare Roma”.

Dai suoi attacchi verso l’Occidente, il Califfo mira ad ottenere dei risultati ben precisi: il primo è cementare la sua propaganda di invincibilità, terrorizzando i suoi avversari e galvanizzando i suoi sostenitori con attacchi “inarrestabili” e facendo cedere il “fronte interno”, le nostre opinioni pubbliche.

Spargere il terrore in Occidente permette di far crescere un sentimento di islamofobia già ben presente nel nostro dibattito pubblico, che l’ISIS sapientemente sottolinea e mescola con la disoccupazione, la mancanza di prospettive e il vuoto di valori: ai giovani islamici europei, a quel punto, l’ISIS cerca di proporsi come una alternativa di vita e di progetto.

L’obiettivo, aperto, è ottenere nuova “popolazione” per lo Stato Islamico: l’ambizione del Daesh è di attirare nuovi soldati, ma anche nuovi ingegneri, medici, artisti, amministratori, informatici, tecnici della comunicazione … rendere stabile, reale, il suo Governo, e proporlo come il luogo in cui i musulmani (ovviamente sunniti radicali) possono trovare il loro rifugio e farsi una vita.

Fateci caso, questa è una differenza cruciale con Al Quaeda: Osama Bin Laden non credeva di poter instaurare il Califfato, almeno non nel corso della sua vita.

Il suo scopo era “risvegliare” i Musulmani, renderli fieri di sé e farli ribellare alla percepita egemonia dell’Occidente e ai loro regimi “apostati” (i governi laici-nazionalisti degenerati in cleptocrazie, piuttosto che i regimi democratici o semidemocratici contaminati dalle influenze laiche occidentali, piuttosto che i regimi assolustisti e fondamentalisti che però non vivevano all’altezza dei precetti coranici): gli uomini di Osama Bin Laden, come le reclute di tanti movimenti estremisti della Storia, univano una base militante di “sottoproletariato” emarginato e disperato a dei quadri dirigenti di estrazione borghese e colta. La peculiarità di questo gruppo era la sua forte enfasi sullo studio: gli uomini di Al Quaeda, come i Talebani prima di loro, erano studenti del Corano, seppur nella sua interpretazione più rigida.

Inoltre, i gruppi di Al Quaeda erano nati da una serie di esperienze nella guerriglia e nella clandestinità: la lotta anti-sovietica in Afghanistan è il momento più noto, ma altrettanto importanti erano state le lotte dei Fratelli Musulmani contro il governo di Nasser, il regime di Hafez al Assad e il governo saudita. A partire da queste esperienze e tracciando un quadro pessimistico della presente situazione dell’Islam, ancora soggiogato dalle forze del Male, Al Quaeda si era quindi strutturata come un insieme di cellule terroristiche quasi indipendenti tra loro, estremamente flessibili e pronte a strumentalizzare per lo scopo principale (la lotta contro gli Stati Uniti d’America come “Grande Corruttore” dell’Islam”) cause locali.

La nascita del Daesh

Diverso è il quadro del Daesh : l’organizzazione di Al Baghdadi nasce in un contesto preciso, la lotta tra le forze della Coalizione a guida USA in Irak e una eterogenea serie di avversari, da ribelli islamisti vicini o affiliati ad Al Quaeda fino ai resti dell’esercito e dei servizi segreti di Saddam Hussein.

Il capolavoro politico e organizzativo di Al Baghdadi è il decidere di abbandonare Al Quaeda per “mettersi in proprio”: Al Baghdadi ritiene che Al Quaeda abbia sacrificato troppo alla lotta globale contro gli Stati Uniti, manca di obiettivi realistici a breve termine. Al Quaeda in Iraq, del resto, è in difficoltà: persi i suoi capi storici, deve fronteggiare non soltanto i curdi e gli sciiti iracheni, ma anche i capi sunniti del Consiglio del Risveglio, geniale intuizione del generale americano Petraeus: gruppi tribali sunniti della regione dell’Anbar, a cui il generale americano garantisce peso politico ed economico in cambio del loro supporto militare.

La strategia è vincente, e Al Quaeda in Iraq sembra allo sbando: abbastanza perchè Al Baghdadi la molli, ma anche abbastanza perchè gli USA, con la nuova Presidenza Obama, decidano di lasciare il Paese, per focalizzarsi su un Afghanistan ancora troppo instabile. Ma senza l’occhiuta supervisione americana, i rapporti tra le diverse componenti etno-religiose e politiche irachene iniziano a degenerare: il governo del leader sciita Nouri Al Maliki viene visto come succube dell’Iran e determinato a spingere i sunniti nel dimenticatoio.

Il collasso contemporaneo della situazione politica in Siria è l’altro tassello importante nella nascita dell’ISIS: Assad riesce a reprimere i moti animati dall’opposizione laico-liberale, che manca anche di sponsor generosi; al contrario, sul campo, le forze ispirate all’Islamismo, ivi comprese le sue varianti più radicali e quelle aderenti ad Al Quaeda come il Fronte al Nusra, mantengono una disciplina e uno spirito di sacrificio (nel vero senso della parola: i quaedisti attaccano le truppe del regime con kamikaze che spianano la strada alle cariche di fanteria) che li rendono un punto di riferimento militare; al contempo, i regimi sunniti reazionari, come l’Arabia Saudita e il Quatar, in lotta tra loro per l’egemonia sul mondo arabo, fanno a gara nel rifornirli di armi e finanziamenti.

L’Occidente, intenzionato a sbarazzarsi di Assad col minimo sforzo possibile, fa finta di niente o quasi: i suoi carichi di equipaggiamenti destinati ai “ribelli moderati” vengono spesso sequestrati o ceduti agli islamisti senza farci troppo caso, e quando dall’Europa giovani radicalizzati, già noti a Questure e Servizi Segreti, partono per unirsi alla Jihad, l’idea di sbarazzarsi di loro lasciandoli partire per combattere degli avversari dell’Occidente fa troppo gola.

A questo punto entra in scena Al Baghdadi: dopo essere riuscito a riorganizzare la morente Al Quaeda irachena e aver contribuito a creare il Fronte Al Nusra in Siria, Al Baghdadi capisce che gli USA non sono più un nemico così attraente. Gli sciiti, gli scismatici che da Teheran influenzano il governo iracheno vessatore e sostengono militarmente il governo siriano massacratore, sono un nemico molto migliore con cui mobilitare le popolazioni locali.

Inoltre, scegliere gli Sciiti come avversario permette ad Al Baghdadi di giocare la carta del nazionalismo e del razzismo: gli Sciiti non sono solo “eretici”, sono anche odiati “Persiani” nemici degli Arabi. L’opzione etno-nazionalista permette ad Al Baghdadi di guadagnarsi l’appoggio del vecchio e malandato Al Tikriti, vicepresidente sotto Saddam Hussein e punto di riferimento per i resti dell’esercito e dei servizi segreti di Saddam: è dall’amalgama tra i resti del vecchio regime e le fazioni più estreme di Al Quaeda che nasce Daesh.

Il patrimonio di contatti e l’immagine “patriottica” degli ex Baath permettono ad Al Baghdadi di guadagnarsi appoggi e reclute tra quelle stesse tribù sunnite che poco prima combattevano per gli Americani contro Al Quaeda, ma che ora temono l’egemonia sciita. L’enfasi rimane sul risveglio globale dei musulmani tramite la lotta armata: ma dalla prospettiva della guerriglia contro il Grande Satana si passa ora all’idea di costruire, qui e ora, uno Stato. E’ la rottura con Al Quaeda e la nascita di un nuovo “brand” molto più di successo.

Chi è il nostro Nemico

I militanti del nuovo ISIS non sono “appassionati” di legge coranica: quanti vengono dall’esperienza di Saddam sono, ne più ne meno, assassini professionisti, spie e uomini della polizia segreta; per loro la guerra, la vendetta e il potere assoluto sono più rilevanti rispetto alla copertura ideologica.

Quanti vengono dal mondo dei “foreign fighters” nati e cresciuti in Occidente non si sono islamizzati nelle moschee: un mondo troppo istituzionale, per molti troppo compromesso col potere (laico o religioso che sia), e troppo legato al mondo dei loro padri, integrati o che tentano di integrarsi; per loro, la religione coranica è stata appresa per slogan e prediche feroci su YouTube, e si mescola al desiderio giovanile di trovare un senso alla propria vita, di ribellarsi all’ordine costituito.

Il saldarsi di queste prospettive con l’islamismo radicale di Baghdadi produce un ibrido pericoloso, una religione stilizzata e politicizzata che al Regno dei Cieli preferisce un Regno terreno, qui e subito, ed offre a chiunque voglia unirsi ai suoi ranghi non tanto la prospettiva di un glorioso e disinteressato martirio, quanto quella ben più allettante di una ascesa sociale che altrove gli viene negata.

Ed ecco quindi che Daesh recluta: tra le tribù sunnite che vogliono tornare padrone del proprio territorio; tra la borghesia araba e tra gli ex dei Fratelli Musulmani che hanno perso ogni speranza, dopo il fallimento delle Primavere, di guadagnare peso politico; tra gli emarginati (guardiamo il profilo di tanti attentatori: ex buttafuori, spacciatori, precari, storie che da noi sfociano nel crimine, nella Mafia o in altre forme di estremismo politico), tra ragazzi con cultura e soldi che si pongono come leader di una minoranza emarginata e ne guadagnano peso e importanza.

Quella dell’ISIS è una forma collaudata, che conosciamo bene: populismo, riscatto delle Nazioni giovani e degli antichi valori da una modernità anemica e senza senso, culto della violenza e del prendersi qualsiasi cosa si desideri con la forza, xenofobia. E’ il Fascismo, o una sua nuova variante regionale e religiosa.

L’Islam, la guerra e noi

A partire da questa ricostruzione, ha senso dire, come fa per esempio molto spesso il Presidente Obama, che Daesh sia un fenomeno “non islamico” ? Ha senso dire che Baghdadi sia fuori dall’Islam, perchè si tratterebbe di una religione di pace ? No, non ha senso.

L’Islam, così come il Cristianesimo, il Buddhismo o il culto degli Dei Olimpici, non è una religione di pace o di guerra: è una religione, con diversi periodi e movimenti, alcuni pacifici e alcuni bellicosi. Daesh nasce da un filone dell’Islam, presente fin dalla sua nascita (l’estremismo politico, religioso e sociale dei Kharigiti): non è l’unico aspetto dell’Islam, come le Crociate non sono l’unico aspetto del Cristianesimo.

Possiamo sconfiggere il Daesh con il dialogo, come vorrebbero per esempio gli esponenti del Movimento 5 Stelle ? Decisamente no. Quella dell’ISIS è una ideologia totalitaria, basata su una visione del mondo apocalittica; si potrebbe forse cercare di dividere il lato ex baathista da quello jihadista, e sicuramente si deve cercare di staccare i gruppi tribali sunniti dal Califfo: ma al di là del terrorizzarli seriamente, i militanti e molti quadri dirigenti dell’ISIS sono imbevuti della stessa voglia di distruggere, terrorizzare e spadroneggiare che ha spinto i nazisti a infliggere enormi sofferenze nella loro guerra all’URSS e nell’Olocausto.

Siamo in guerra, dunque ? L’ISIS si considera in guerra, e si comporta  come uno Stato in guerra. La sua minaccia, a differenza di quella di Al Quaeda, non è più soltanto terroristica: il terrorismo era l’unica ragion d’essere operativa degli uomini di Bin Laden, per Al Baghdadi e i suoi quadri che vengono dall’esercito e dai servizi segreti il terrorismo è una delle strategie belliche disponibili, da questo punto di vista coerentemente con il dibattito militare sulla “guerra asimmetrica”, la guerra permanente combattuta su qualsiasi campo e con armi anche molto diverse da quelle tradizionali.

Ma sempre guerra è : e l’ISIS non è solo autobombe, ma anche missili antiaerei, carovane di pick-up armati di mitragliatrici pesanti e carri armati di fattura americana rubati all’esercito iracheno. E’ controllo di un territorio esteso in cui oggi l’ISIS assicura funzioni di governo.

Per cui, sì, “qualcuno” (tanti, troppi e non coordinati tra loro) è in guerra contro l’ISIS.

Stiamo combattendo

Nell’aprire questo articolo ho voluto riportare il titolo della famosa serie di documentari realizzata da Frank Capra per spiegare agli americani il perchè fossero in guerra con il Giappone e con la Germania nazista: Why we fight, perchè combattiamo.

Così, senza punti di domanda.

Perchè, arrivati in questa fase, siamo di fronte a una offensiva del Califfato su una scala molto più ampia che negli ultimi anni : Al Baghdadi vuole costruire il suo Stato in Medio Oriente, ma per garantirsi uomini, appoggi, rifornimenti, destabilizza e sparge terrore in un arco che va dagli Stati semi-falliti dell’Africa sub-sahariana fino al Caucaso, spingendosi fino all’Asia meridionale.

Forse potrebbe perfino accettare di essere lasciato solo, in cambio del suo territorio: ma spargerebbe il suo messaggio velenoso e ora vittorioso in tutto l’arco mediterraneo e nei territori adiacenti, e anche se ci abituassimo allo stillicidio di notizie su massacri e attentati, presto l’ISIS controllerebbe una parte importante dei flussi energetici e delle attività criminali, e accrescerebbe la sua influenza sui giovani musulmani d’Europa, proseguendo la sua guerra genocida contro gli Sciiti, i Curdi e i Sunniti non allineati.

Daesh deve essere sconfitto, e per farlo, diciamolo subito, non basterà solo l’offensiva aerea di Francia, Russia e Stati Uniti.

Per sconfiggere il Califfato dobbiamo avere chiaro Perchè Combattiamo.

Dare a tutti un’idea chiara di come vogliamo distruggere Al Baghdadi, e sopratutto di perchè lo stiamo facendo. Di quale mondo costruiremo dopo la vittoria: la Carta Atlantica, il Rapporto Beveridge sul Welfare State e la nascita delle Nazioni Unite furono le risposte che gli Alleati diedero a questa domanda, quando si doveva abbattere il Nazifascismo.

Oggi possiamo offrire queste risposte anche noi ?

Perchè combattiamo

Dal punto di vista militare, la risposta che possiamo dare non può essere soltanto quella della guerra aerea, che comunque non può procedere in questo modo: i raid dovrebbero essere coordinati tra loro, per ridurre al minimo le capacità militari di Daesh e spianare la strada ad azioni di terra che mirino a riconquistare i territori ora in mano al Califfato. Del resto, si stima che solo un terzo degli uomini guidati da Al Baghdadi sia “ideologizzato”, mentre gli altri siano l’equivalente ISIS dei “soldati di leva”: non è detto che la loro coesione rimanga tale, se subiscono sufficienti sconfitte sul campo.

Il problema è che sul campo come nell’aria sono troppe e troppo discordanti le fazioni che lottano contro l’ISIS: l’esercito iracheno supportato da milizie sciite spaventa i sunniti; l’esercito curdo-iracheno difende curdi, yazidi, cristiani e arabi ma tentenna rispetto allo spingersi oltre i confini della sua regione; i curdi siriani, ora alleati alle fazioni laiche dei ribelli anti-Assad, sono ostacolati dalla Turchia; sul campo, ribelli anti Assad islamici e forze di Assad si combattono con altrettanta ferocia rispetto all’ISIS, e in un giro di desistenze parallele gli alleati di oggi diventano provvisoriamente i nemici di domani.

Mettiamo subito in chiaro che l’Occidente, sul terreno, farebbe bene a starci il meno possibile: e non per viltà, ma perchè Al Baghdadi, così come Bin Laden prima di lui, punta molto sulla retorica dell’aggressione dei Crociati. Le nostre forze potrebbero, sul modello della nostra presenza in Libano, fare da forze di interposizione e di sostegno logistico per la ricostruzione, nelle zone che vengono progressivamente liberate: ma sulla linea del fronte è bene che la presenza occidentale si veda sopratutto in supporto aereo, fornitura di equipaggiamento e presenza di reparti speciali che indirizzino le offensive e compiano azioni mirate.

Il  nodo successivo è … chi dovremmo rifornire ? Con chi dovremmo coordinarci ? Con Assad e l’Iran o con i suoi avversari ?

Da questo punto di vista, la prudenza del Governo Italiano nell’approcciare la questione è saggia: non possiamo creare una coalizione militare vincente se prima non vengono sciolti i nodi politici.

Non riusciremo a vincere questa guerra soltando alleandoci con la Russia e l’asse sciita – perchè i Paesi sunniti, al di la della loro indesiderabilità come partner, ce la faranno pagare, investendo i loro petroldollari in destabilizzazione o, come fatto pochi giorni fa dalla Turchia, cercando di “rovesciare il banco” per impedire il saldarsi di una coalizone che non escluda di tenere in piedi Assad.

Il regime siriano è il nodo di Gordio della contesa: se sciiti e cristiani siriani lo vedono come un baluardo a loro tutela, per molti sunniti è diventato sinonimo di repressione e violenza quanto e più dell’ISIS. Allo stesso modo, in Iraq, il Governo è fortemente delegittimato rispetto alla forte minoranza sunnita. I curdi, che del resto sono in tensione anche al loro interno, tra fazioni vicine al PKK e i filo-americani al potere nell’Iraq del Nord, rappresentano l’ultimo tassello di questo complesso mosaico.

Ritengo che sia assolutamente da escludere l’eventualità di creare degli Stati a base “etnoreligiosa”: abbiamo visto in ex Yugoslavia come patrocinare questo approccio sia stato assolutamente disastroso.

Alle popolazioni del Medio Oriente arabo la coalizione internazionale anti-ISIS deve offrire dei modelli di “ricostruzione” che possa sentire come propri e che al contempo siano la base per una nuova convivenza tra diversi: da questo punto di vista, sicuramente non va bene la restaurazione pura e semplice dei regimi di Assad e Al Maliki, come non va bene affidarsi al nuovo “uomo forte” del momento, si chiami Haftar in Libia o, soprattuto, Al Sisi in Egitto, specialmente se si pensa di poter reprimere definitivamente l’Islam politico, un’idea che rimane molto pericolosa in un momento in cui gli islamisti politici hanno un esempio militare armato a breve distanza da casa.

Eppure i modelli di democrazia e convivenza funzionali esistono, nel mondo arabo e nel mondo islamico: non sono modelli perfetti, e sono tutti più o meno minacciati da estremisti, ma esistono, resistono e hanno successo.

Parliamo della Giordania, del Marocco, dell’Indonesia, del Bangladesh, della Malesia, del nuovo Pakistan di Sharif, della Rojava curda in Siria, del Libano e sopratutto della Tunisia che non a caso sono costantemente sotto attacco : modelli di organizzazione statale che fondono una ispirazione islamica con le conquiste della modernità, e che in molti casi fanno da apripista anche rispetto alla coabitazione e alla tolleranza tra fedi diverse, o tra diverse varianti della stessa fede.

E’ urgente ridisegnare il Medio Oriente sulla base di una transizione politica compiutamente federale e con chiare garanzie costituzionali in Siria e in Iraq, ma non solo: anche i regimi del Golfo devono cambiare, pericolosi serpenti che però stanno esaurendo le proprie riserve di veleno grazie alla loro politica di prezzi del petrolio bassi per ridurre la minaccia russa e al contempo mandare in bancarotta lo shale oil americano.

Non è pensabile che il Medio Oriente di domani sia lo stesso di ieri, o addirittura dell’altroieri: si dovranno punire i crimini di guerra di tutte le parti coinvolte, e le minoranze represse dovranno trovare voce ed espressione. Gli esempi precedenti, dal Sud America alla Bosnia fino al Sud Africa e al Ruanda, non sono tutti positivi, ma possono essere una base di partenza.

Il fronte interno

E’ fondamentale curare anche il fronte interno all’Occidente, dove già si registrano isteria, crescente xenofobia e un ritorno allo “Stato d’eccezione”. Quello contro Daesh è uno scontro tra civiltà: ma non tra la civiltà islamica e quella cristiana.

Nasce nell’ambito dello scontro radicale tra civiltà islamica sciita e civiltà islamica sunnita, attizzato dall’Arabia Saudita per ridurre il peso regionale dell’Iran e degenerato in una guerra civile islamica in cui noi ci siamo lasciati coinvolgere. Daesh brama di poterlo trasformare in uno scontro di civiltà tra “noi” occidentali, e i nostri “servi”, e tutto il mondo “islamico” (anche qui, purchè rigorosamente definito).

La risposta a questa sfida deve perciò essere politica, economica e sociale: alle società arabe in transizione dobbiamo offrire prospettive di sviluppo e di ricostruzione; ma dobbiamo offrire anche alle nostre società una prospettiva identitaria chiara.

Niente sarebbe più pericoloso che porre in conflitto la “nostra” attuale civiltà occidentale con quella dell’ISIS: è vero che il nostro avversario sarebbe la barbarie, ma per cosa chiameremmo alla lotta i nostri cittadini, e gli islamici europei che vorremmo giurassero fedeltà ?

Li chiameremmo a combattere nel nome del sacro totem del 3% di deficit ? Della negazione delle identità culturali e religiose ? Dei muri contro gli immigrati uniti al totale lassismo nelle periferie, tanto finchè restano lì non danno fastidio e nessuno li vede ? Di una democrazia liberale a cui le nostre elites credono così tanto da fare di tutto per impedire a nuovi partiti di entrare in Parlamento ? Dei valori dell’ “arricchitevi” ?

Non credo che sarebbe una battaglia vincente.

Partiamo dalla questione dell’integrazione: l’Occidente deve avere il coraggio di sfidare molti suoi tabù, in maniera se vogliamo anche paradossale.

Comunità

Dobbiamo far capire agli islamici che vivono nel Vecchio Continente che i nostri valori di eguaglianza sono realmente praticati: questo presuppone degli sforzi aggiuntivi a livello scolastico e civico per integrarli concretamente (dalle classi ponte di lingua in orario extrascolastico, a programmi di inserimento lavorativo mirati alle zone di maggior disagio), con interventi di riqualificazione delle periferie, una redistribuzione della loro presenza sul territorio che spezzi il più possibile la dinamica dei ghetti, politiche di cittadinanza che diano per chi lo desideri una concreta possibilità di ottenere lo status di cittadino a condizione di un reale inserimento (linguistico, culturale, lavorativo) nella società che accoglie.

Dobbiamo mettere fine all’elogio dello stile di vita nomade, e alla retorica sui migranti come novelle icone laiche: da un lato, dobbiamo avere il coraggio di dire che chi è già qui come clandestino deve “emergere” nel bene o nel male, concedendo permessi di soggiorno a chi denuncia il lavoro nero e sanatorie mirate, e assicurando invece l’espulsione di chi delinque.

Dobbiamo mettere fine allo scandalo dei CIE non perchè sia uno scandalo che chi giunge clandestinamente in Italia sia temporaneamente fermato per essere identificato, ma perchè è uno scandalo che famiglie vengano rinchiuse assieme a pericolosi criminali, creando un ambiente di violenza e radicalizzazione: i criminali vengano tenuti in strutture carcerarie in attesa della loro espulsione, mentre le persone comuni devono essere redistribuite sul territorio nazionale, avviate ad attività socialmente utili ma comunque controllate in attesa di un responso.

Se fosse possibile, dovremmo studiare dei percorsi di immigrazione legale e controllata direttamente nei Paesi di partenza, o nelle zone da cui più folto è il numero di partenze: e dobbiamo avere anche il buonsenso, in un momento di crisi come questo, di sapere come e quando dire “No”, per quali settori economici non è necessaria una importazione di manodopera, distinguendo finalmente tra migranti economici, il cui arrivo nei nostri Paesi è legittimamente deciso in base a criteri sociali, e richiedenti asilo.

A livello culturale, lo Stato laico che abbiamo difeso e dovremo continuare a difendere, nel suo essere neutrale non può essere privo di riferimenti: è giusto coltivare i nostri, riscoprire lo spirito civico, storico e anche religioso dei nostri Paesi, senza escludere quelli degli altri, e permettendo così il nascere di un Islam regolare, con moschee e un clero che deve essere formato nei nostri Paesi, sulla base di nostri corsi di studio. Non da predicatori wahabiti pagati dall’Arabia Saudita.

E, a fronte di una crescente tendenza allo Stato forte e assertivo, come Sinistra dobbiamo avere anche il coraggio di dire che le spese militari e per la sicurezza non possono essere ridotte, ma anzi verosimilmente aumentare: ma devono aumentare in maniera intelligente.

Ad esempio, devono aumentare le spese in reinserimento lavorativo e sociale degli ex detenuti, uno dei bacini da cui i jihadisti attraggono reclute, incentivando le pene alternative al carcere e diminuendo il sovraffollamento; deve essere completata la riforma delle forze di sicurezza, che devono fondarsi sulla Polizia come corpo ordinario di presidio del territorio e lotta alla criminalità comune, e dei Carabinieri come forza paramilitare per affrontare minacce più strutturate e pericolose. In quest’ottica, alle nostre forze di sicurezza devono essere aumentati gli stipendi in maniera strutturale, devono essere dati i mezzi per agire e devono essere sgravate tutta una serie di mansioni burocratiche che li trattengono negli uffici, anziché mettere in sicurezza le nostre strade.

Il nostro Esercito e i nostri Servizi Segreti dovranno essere potenziati e messi in sinergia tra loro: più discrezionalità di agire, più collaborazione interforze, meno doppioni e inutili resistenze corporative, meno ufficiali e sottufficiali e più attrezzate specifiche per quella “guerra asimmetrica” che dovremo affrontare in futuro (cybersorveglianza).

Sul fronte dei nostri diritti e delle nostre garanzie costituzionali, è bene che l’Italia non segua la china francese: possiamo difendere la nostra democrazia e la nostra libertà senza bisogno di sospenderle, ma è sicuro che da questa guerra ne uscirà una nuova forma di Stato. Può essere il compimento della svolta autoritaria inagurata con la Trilaterale, che prenderà la forma di Stati nazionali ringhiosi e gelosi, oppure di una definitiva espropriazione di sovranità da tecnici esterni.

Oppure può essere l’occasione di dare un reale contenuto all’Europa, partendo dall’integrazione delle sue forze di intelligence, di sicurezza e di difesa, unita a una ambiziosa politica di sviluppo per le zone del Mediterraneo e del Medio Oriente e a una offensiva europea contro la disoccupazione e l’emarginazione sociale: è indecoroso che si sia fatta una battaglia di mesi per imporre a Tsipras di tagliare la sanità e rendere pignorabili le prime case, quando invece vengono subito autorizzate spese militari in deficit. E, tra l’altro, se si vuole definitivamente drenare l’acqua in cui si muovono i pesci del terrorismo, anche una diversa politica rispetto alle droghe potrebbe aiutare a svuotare le nostre carceri e prosciugare i forzieri dei traffici illegali.

La sfida che abbiamo davanti è grande: combattere la guerra contro un nuovo nemico totalitario senza perdere noi stessi. La potremo vincere non se scenderemo in campo per difendere i valori esangui, falsi e privi di attrattiva dell’Occidente post-reaganiano.

Per vincere ci sarà bisogno di un nuovo sentimento di attaccamento alla nostra cultura, ai nostri valori civici, alle nostre città, alla nostra libertà, alla nostra Storia e alla nostra religione: controbattere la volgarità e la vacuità delle nostre vite, spese a mandare curriculum o a sperare che il momento della pensione non venga spostato ulteriormente in avanti.

In una parola, abbiamo bisogno di un nuovo Socialismo, di un nuovo grande compromesso tra Capitale e Lavoro, tra Tradizione e Progresso, tra i valori morali dell’uomo comune e la speranza nel futuro. Possiamo sconfiggere la Paura, se sapremo tornare ad offrire una prospettiva di cambiamento per le nostre società, per tutta l’Umanità.

MANFREDI MANGANO

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>