Da tempo mi sto dedicando allo scenario che potrà avere il mondo in cui viviamo con l’affermarsi sempre più invadente della tecnologia produttiva sino ad arrivare, attraverso la robotizzazione alla scomparsa del lavoro.

Ho citato, nei miei precedenti interventi Marx e Paolo Sylos Labini. Non mi scordo di Jeremy Rifkin e le suo libro “La fine del lavoro”, ma oggi voglio ricordare le opinioni di due personaggi; il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il premio Nobel James Meade.

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Di Ignazio Visco ricordo l’intervento che ha fatto il 13 giugno di quest’anno, alle giornate del Lavoro organizzate dalla CGIL a Firenze. Il suo intervento “Come affrontare il cambiamento: sfide per il lavoro” verte proprio sulle tematiche dello sviluppo della tecnologia e del suo impatto sugli assetti sociali e dei rapporti tra capitale e lavoro. Nel suo intervento Visco parla di James Meade e del suo libro “Efficiency, equality and ownership of property” del 1964, cui dedico un approfondimento riportando la traduzione di un articolo di Martin O’Neill.

Ricordo che Meade è l’autore di quel libro Agathotopia che ha costituito la base per un nuovo modello di sviluppo, tema così caro al compagno Franco Bartolomei. La caratteristica di Meade è quella di ritenere che l’uguaglianza non possa essere perseguita solo gestendo i flussi di reddito ma occorre intervenire (così come sostiene il compagno Musicò) sugli assetti proprietari.

Ritengo che queste mie riflessioni siano di gradimento dei compagni che si apprestano a varare il RISORGIMENTO SOCIALISTA e che possano tenerne conto per una elaborazione illuminista del progetto insito in quel risorgimento.

 

JAMES MEADE e la redistribuzione: 50 anni fa

(traduzione di parte un articolo di Martin O’Neill del 28/5/2015)

Il libro “Libertà, eguaglianza ed efficienza” (1964) del premio Nobel James Meade, colleziona un incredibile concentrato di significanti e provocatorie idee di politica economica in sole 100 pagine.

Ciò che rende il libro impressionante è la sua preveggenza. Meade lo scrisse in piena ripresa postbellica durante I trenta gloriosi periodo nel quale i salari erano relativamente alti e l’ineguaglianza bassa. Tuttavia Meade era profondamente pessimista sulle prospettive a lungo termine dello sviluppo del capitalismo, ritenendo che il progresso tecnologico avrebbe inesorabilmente incrementato i profitti del capitale contestualmente ad un decremento del lavoro. Egli pensava che, in assenza di una riforma strutturale dell’economia, i tempi sereni per il mondo del lavoro stavano per esaurirsi. Meade riteneva pure che un ulteriore elemento che avrebbe creato ineguaglianza sarebbe stato il divergente ritorni al capitale tra i piccoli e i grandi investitori; privilegiando gli investimenti a favore dei grandi e lasciando ai piccoli magri contributi.

Il lavoro di Meade ha ispirato quelli di Thomas Piketty, Emmanuel Saez, Tony Atkinson e i loro colleghi e ora noi ci troviamo, dopo mezzo secolo, ad incamminarci su un sentiero molto simile a quello iniziato da Meade.

Meade chiamò il distopico futuro che le incontrollate forze dell’ineguaglianza avrebbero generato, “Il nuovo buon paradiso dei capitalisti”. Il parallelo con la nuova Belle Epoque di Piketty è facilmente riscontrabile. Scrive Meade:

Ma che succederà in futuro? Ci sarà un ristretto numero di grandi possessori di ricchezza; la proporzione dell’apporto dei lavoratori alla gestione di industrie robotizzate altamente profittevoli sarà molto bassa, il livello dei salari sarà quindi depresso; ci potrebbe essere una grande espansione di prodotti e servizi ad alta intensità di lavoro per soddisfare la domanda di pochi multi-multi-multi-milionari; torneremo ad un super-mondo con un proletariato immiserito fatto di maggiordomi, staffette, cucinieri e parassiti. Chiamiamo questo super-mondo “Il nuovo buon paradiso dei capitalisti.

Sulle cose da fare per scongiurare questa prospettiva Meade è piuttosto ottimista, e propone una serie di idee su ciò che potrebbe essere fatto; ne abbozza in particolare quattro:

  1. Uno Stato dei sindacati (trade union state) finalizzato a elevare i salari rafforzando il potere del lavoro organizzato;
  2. Uno stato del benessere esteso (extended welfare state) che amplii gli interventi per ridurre la disuguaglianza attraverso una redistribuzione massiva, tassando i ricchi a favore dei poveri arricchendo i servizi pubblici e concedendo sussidi ai bassi salari;
  3. Una “democrazia di proprietari” (property-owing democracy) che realizza una diffusione della ricchezza (inclusiva di capitale umano e non) a tutta la società, assicurando che tutti i settori della società abbiano redditi sia di lavoro che di capitale;
  4. Uno Stato socialista (socialist state) con la creazione di un capitale pubblico attraverso fondi sovrani, o come Meade chiamò la sua versione una attività nazionale (National asset) finalizzata a costruire un importante quantitativo di capitale pubblico controllato democraticamente, utilizzato per fornire ai cittadini un reddito base.

 

Scrivendo in un periodo nel quale i sindacati erano molto più potenti di quanto lo siano oggi, Meade era preoccupato sulla prima idea (trade union state) che potrebbe dirottare il ruolo del sindacato da organizzatore del lavoro a distributore di salari.

Anche se era un fautore dello stato sociale, egli era preoccupato che lo stato sociale fosse incapace di creare una società tollerabilmente egualitaria, in quanto imbelle nell’attaccare le ineguaglianze proprietarie.

Meade credeva maggiormente nella democrazia di proprietari capace di creare condizioni favorevoli per la sicurezza dei cittadini, della loro libertà e indipendenza, concludendo che l’assetto proprietario è così rilevante per cui occorre riformare radicalmente la distribuzione delle proprietà e non limitarsi a controllare i flussi di reddito.

Meade quindi pervenne alla proposta di un ampliamento del welfare state attraverso il parallelo e contemporaneo perseguimento a) della diffusione della proprietà diffusa tra tutti i membri della società, con la conseguente tassazione delle eredità e dei trasferimenti di ricchezza, e b) la costruzione di un capitale pubblico democratico.

Se il futuro ci riserva uno spostamento dei flussi di reddito dal lavoro al capitale, sarà necessario costruire una economia in cui ognuno possa beneficiare da quello spostamento, sia come individuo che come membro di una collettività democratica.

Se le diagnosi di Meade sui problemi redistributivi del capitalismo anticipò largamente quelle di Piketty, le sue proposte sono tuttavia abbastanza più radicali. Piuttosto di puntare ad una lotta contro la disuguaglianza effettuata attraverso forme di tassazione sempre più redistributive, Meade tende a cambiare le regole proprietarie in modo tale che lo sviluppo capitalistico vada a vantaggio di tutti. Invece di puntare sulla distribuzione ex post, Meade pensa a una radicale forma di predistribuzione , una ricollocazione dei diritti proprietari tale da ristrutturare completamente la posizione individuale di ciascuno, in modo che gestisca la sua posizione all’interno del mercato come soggetto di redditi di lavoro e di proprietà.

RENATO COSTANZO GATTI

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