Il XXI secolo è cominciato all’insegna di una trasformazione dello scenario mondiale così generale e straordinaria da sconvolgere molti dei punti di riferimento sui quali i gruppi dirigenti dei singoli Paesi dell’occidente hanno fondato nella seconda metà del ’900 le scelte politiche ed i propri valori. Alcune riflessioni possono aiutare il nostro dibattito verso il 28 Novembre, giorno della nostra Terza Assemblea del Movimento per il “Risorgimento Socialista”

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1. Premessa

Il nuovo volto del mondo è caratterizzato principalmente:

  • dal degrado dell’ecosistema planetario che mette a rischio la vita delle generazioni future ed esaspera la divaricazione tra l’occidente ricco e la maggioranza povera del genere umano;
  • dalla globalizzazione dei mercati mondiali, collegata allo sviluppo tecnologico del sistema delle telecomunicazioni ed alla sua capacità di concentrare, spostare o distruggere in tempo reale masse enormi di risorse finanziarie, condizionando i destini di ogni economia e la politica di qualsiasi governo;
  • dalla prevalenza non più contrastata dei modelli economici americani, mentre si tende a sostituire la cessata divisione in sfere di influenza su base ideologica con uno scontro violento e tendenzialmente epocale tra i valori e la cultura del mondo islamizzato da una parte e l’occidente cristiano ed ebraico dall’altra;
  • dalla deriva politica ed economica, spesso anche culturale ed etnica, dei Paesi fin qui definiti “del terzo mondo” o “in via di sviluppo”, che postula impressionanti tragedie umanitarie ed alimenta (così come la disgregazione del blocco sovietico) grandi flussi di emigrazione verso i paesi industrializzati.

In Europa l’adozione dell’euro e la crescita delle dimensioni e del peso economico dell’UE nel suo complesso, si è aggiunta all’attenuazione di quei vincoli di unità nazionale che trovavano la loro ragione o il principale alimento nei sistemi di appartenenza ai blocchi contrapposti e nelle conseguenti esigenze difensive. Questo fenomeno, pur se ha determinato il ritorno di antichi e a volte cruenti conflitti regionali, prefigura tuttavia un nuovo processo storico in cui gli stati nazionali sono destinati a ridimensionare il loro ruolo ed i cittadini europei a prendere sempre maggiore coscienza dell’importanza dell’entità super-statale dell’Europa e della centralità delle realtà locali nelle scelte di governo legate al territorio. Si tratta, per noi socialisti che aspiriamo a dare una nuova anima alla sinistra europea, di scegliere fra tre opzioni possibili: 1) riconoscere la validità delle istituzioni e delle politiche della UE così come sono oggi configurate; 2) unirsi alle orde “populiste” che puntano ad una restaurazione nazionalista fondata su una visione reazionaria e xenofoba, quando non razzista, della società; 3) proporre un progetto di futuro nel quale l’Europa raggiunga una vera unione politica, superando i nazionalismi ed incarnando il sogno internazionalista di pace e di prosperità di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni.

La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono ancora come fine essenziale della lotta la conquista del potere politico nazionale e quelli che vedranno finalmente come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno prima di tutto come strumento per realizzare l’unità internazionale.

(Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi,  “Manifesto di Ventotene” 1941).

2. Perché una nuova sinistra

Le visioni della scienza economica classica non sono proponibili per affrontare la complessità del mondo di oggi con l’obiettivo di generare pace, libertà e giustizia.

Al giorno d’oggi, sul terreno delle ideologie, la linea di demarcazione non passa più tra liberismo e collettivismo ma tra democrazia e autoritarismo. Quanti si pongono all’interno della concezione democratica si trovano di fronte al problema del confronto dialettico tra i principi di una democrazia partecipativa, o inclusiva, che sono propri delle socialdemocrazie e l’esigenza di regolamentare i diritti che prevale nelle cosiddette liberaldemocrazie.

Il socialismo (e/o socialdemocrazia) europeo ha alle proprie spalle più di un secolo di storia durante la quale ha legato indissolubilmente il suo nome a tutte le lotte che hanno portato alle conquiste di civiltà, di democrazia e di progresso che oggi sono patrimonio comune della nostra vita sociale. Definirsi socialisti (e/o socialdemocratici) significa ancora oggi cogliere il legame indissolubile tra libertà e giustizia sociale e guardare in questa luce ai diritti dei cittadini come bene universale da difendere.

Tuttavia, una nuova situazione economica e politica ha messo in crisi lo stato sociale e i diritti che ad esso sono connessi. Il modello dei diritti, che ha avuto uno sviluppo peculiare nell’Europa del dopoguerra, spesso accompagnato da una concezione federalista dello Stato, può rivelarsi insufficiente ad affrontare le nuove sfide dell’economia globale. È per questo che compiti nuovi si assegnano alla sinistra in Europa e nel mondo, non solo rileggendo in chiave “umanista” la concezione filosofica e le teorie economiche del marxismo e “contaminando” sul terreno del riformismo il campo della cultura socialista con il seme del pensiero liberale e della visione cristiana, ma rafforzando la lotta per formare una società dell’inclusione e dei diritti con l’aggiornamento ed il rilancio della teoria federalista, in una prospettiva di rigenerazione degli istituti di partecipazione democratica attraverso il pieno coinvolgimento delle istanze territoriali locali.

3. Perché federalisti

In Europa sono entrati in crisi i fondamentali processi che, da un lato, hanno condotto all’introduzione delle moneta unica, dall’altro hanno portato allargamento della UE, all’adozione del trattato costituzionale di Roma del 2004, che non è riuscito a trasformarsi in una vera e propria Costituzione dell’Unione Europea.

Ma chi si pone oggi il problema di una nuova Europa non può eludere il tema del Federalismo, rilanciato in questi anni dalla discussione sulle tematiche della globalizzazione e della “multi-level governance”. Un impianto costituzionale europeo a più livelli dovrà vedere, prima o poi, il diritto costituzionale comunitario affiancato da un diritto costituzionale subnazionale.

In Italia, la confusa e contraddittoria riforma costituzionale proposta dal governo Renzi si ispira ad una visione accentratrice del potere, approfittando anche dell’onda di indignazione popolare per i continui scandali provocati da un ceto politico locale spesso corrotto, incapace e indegno (il quale è, però, parte e conseguenza, insieme, dello svuotamento di funzioni dei corpi intermedi e della concezione della politica imposta dai partiti-contenitore della seconda Repubblica), punta a invertire la rotta intrapresa durante la XIII legislatura (1996-2001) con l’approvazione del cosiddetto federalismo amministrativo delle leggi “Bassanini” (legge n. 59 del 1997, d.lgs. n. 112 del 1998 e gli altri decreti di attuazione), con l’elezione diretta del Presidente della Regione e l’autonomia statutaria alle regioni ordinarie (legge cost. n. 1 del 1999) e l’estensione di tali innovazioni alle Regioni a Statuto speciale (legge cost. n. 2 del 2001) e, infine, la riforma del Titolo V della Costituzione.

Queste norme da sole, in realtà, hanno modificato l’intero assetto istituzionale italiano, basti pensare alla definizione della Repubblica quale soggetto composto da Comuni, Città Metropolitane, Province, Regioni e Stato, con le conseguenze che ne derivano in ordine all’interpretazione della Parte I della Costituzione; la possibilità del regionalismo differenziato; la nuova centralità della potestà legislativa regionale rispetto ai poteri legislativi statali (e la conseguente eliminazione dei controlli governativi sulle leggi regionali); la riformulazione della potestà regolamentare; la rimodulazione delle regole relative alla distribuzione delle funzioni amministrative (e, di nuovo, l’eliminazione dei controlli esterni); i nuovi principi in ordine alla distribuzione delle risorse finanziarie; i diversi rapporti che vengono creati tra Regioni, Stato e Unione Europea, rapporti che diventeranno centrali per il governo della nuova Europa nel contemporaneo processo di democratizzazione delle strutture istituzionali e di allargamento a nuovi Stati.

La riforma costituzionale voluta dalla maggioranza di centrodestra sotto la spinta della Lega di Bossi, e bocciata nel 2006 dagli italiani attraverso il NO al Referendum confermativo, accentuava questa tendenza e attribuiva potestà legislative alle regioni in campi molto vasti e indeterminati come l’istruzione, la sanità, la polizia locale. In quella riforma si affermava la scelta, profondamente errata, di far prevalere un modello competitivo di federalismo rispetto ad un diverso modello di tipo collaborativo e solidale.

Nel Titolo V ancora vigente, per il momento, voluto da una coalizione di centro-sinistra, gli strumenti che devono regolare i rapporti operativi tra Stato e Regioni sono stati appena accennati, talvolta presupposti, o altrimenti promessi, facendo riferimento a future, ulteriori, riforme costituzionali. Ed infatti la legislatura in corso, malgrado l’incostituzionalità del sistema elettorale che l’ha originata, sta riscrivendo l’intera seconda parte della Costituzione della Repubblica, dando anche al Titolo V un’ulteriore, nuova e diversa configurazione.

L’impronta data al Titolo V dalla riforma del 2001 ha mostrato in questi anni tutti i suoi limiti, facendo crescere in modo esponenziale il contenzioso tra Stato e Regioni in materia, soprattutto, di finanza pubblica, territorio, ambiente e paesaggio, infrastrutture, edilizia e urbanistica. La Corte Costituzionale, intasata da centinaia e centinaia di ricorsi ha dato ragione ora all’uno ed ora alle altre, in parti pressoché uguali.

L’obiettivo della nuova riforma è di superare la ripartizione delle competenze legislative di tipo “concorrente” tra livello statale e regionale, attribuendo allo Stato settori strategici come le infrastrutture, l’energia, i trasporti, il turismo ed i beni culturali.  In questa direzione, del resto, già si è mosso con decisione il governo Renzi attraverso il decreto “sblocca Italia” e tutta una serie di altri  provvedimenti legislativi ed amministrativi.

Nel disegno di legge costituzionale che porta il nome della ministra per le riforme, Maria Elena Boschi, ormai in dirittura d’arrivo per l’approvazione definitiva, scompaiono le Province e la legislazione concorrente tra Stato e Regioni e, in generale, vengono attribuite maggiori competenze allo Stato centrale. Si prevede il commissariamento di Regioni ed enti locali in caso di grave dissesto finanziario ed il potere, per lo Stato, di esercitare una “clausola di supremazia” sulle Regioni a tutela dell’unità della Repubblica e dell’interesse nazionale. Viene modificata anche la parte relativa al cosiddetto “federalismo fiscale” e all’introduzione dei costi standard, così, in materia, recita il nuovo articolo 119 della Carta: “Con legge dello Stato sono definiti indicatori di riferimento di costo e di fabbisogno che promuovono condizioni di efficienza nell’esercizio delle funzioni pubbliche dei comuni, delle città metropolitane e delle regioni”, ciò significa che, in pratica, visto il tenore complessivo della riforma, la materia viene rimessa interamente nelle mani del governo centrale.

Il grande equivoco, politico, morale, culturale, è quello di far credere che la gestione centralizzata dei territori e delle risorse loro destinate sia più economico, trasparente ed efficiente rispetto ai livelli di governo decentrati. Ma la verità è ben diversa; si tolgono democrazia, risorse e competenze ai territori per concentrare la gestione di acquisti e appalti in poche mani, che “rispondono” al potere centrale, e si apre la strada alla privatizzazione degli asset territoriali, delle reti di fornitura, dei beni comuni e dei servizi di pubblica utilità.

E’ la “svolta cattiva”, che non porterà nessun miglioramento ai cittadini, sempre più consumatori e meno portatori di diritti, una riforma sbagliata e pericolosa sul terreno della democrazia; gli italiani commetterebbero un gravissimo autogol approvandola nel prossimo Referendum confermativo. I socialisti hanno il dovere (e l’occasione) di mobilitarsi in difesa della democrazia costituzionale, delle prerogative delle autonomie locali, dei diritti dei cittadini, organizzando da subito la campagna per il NO.

Per sostene la battaglia referendaria senza apparire conservatori dello statu quo nunc ma difensori delle libertà e della democrazia, sarà necessario accompagnare la propaganda per il NO ad un progetto di società e di Stato, ad una prospettiva di futuro.

 E’ interesse dei socialisti, io credo, lavorare attorno ad una nuova teoria generale del Federalismo: ecco l’idea forte, “l’occasione condivisibile” su cui costruire un rinnovato rapporto con le comunità locali e la pubblica opinione.

Nella proposta di un federalismo cooperativo e solidale sono da ricercare infatti, da una parte, il modo per rigenerare – in un mondo dominato dalle concentrazioni economiche – gli istituti della partecipazione democratica con il pieno coinvolgimento dei cittadini e, d’altra parte, anche la strada per oltrepassare l’organizzazione centralizzata (vera fonte di immoralità) delle aggregazioni politiche e la negazione del pluralismo politico, che del centralismo è un postulato.

Di fronte al pantano in cui si è ridotta l’autonomia regionale, questa prospettiva contiene anche l’opportunità per il Mezzogiorno e per la Sicilia di crescere, di dotarsi di nuovi gruppi dirigenti, di costruirsi un ruolo d’avanguardia nel Mediterraneo.

4. La sinistra in Italia

Il forte limite che ha caratterizzato la lunga fase di transizione verso un nuovo assetto politico-istituzionale nel nostro Paese, e che lo ha condotto fino alla controriforma renziana, è rappresentato dal fatto che il cambiamento non ha preso le mosse dalle grandi trasformazioni in atto in Europa e nel mondo e dalla conseguente necessità di aggiornare la cultura dei soggetti politici nazionali, a partire da quelli “di sinistra”, bensì dalla tormentosa vicenda di “tangentopoli”, generata da fenomeni di corruzione reali e non più sostenibile ma che, come dimostrano tutte le cronache, sono in aumento e hanno messo radici più profonde che nel passato.

La falsa “rivoluzione” del bipolarismo, la stagione ulivista, la mutazione genetica del PD in un partito che affida la sua rincorsa al potere all’inseguimento degli elettori del centro moderato, hanno lasciato sul terreno soltanto le macerie della sinistra storica. Per molti anni si è avvertita la mancanza di un corpo strutturato e di un’anima popolare della sinistra, ma non si sono visti né cultura né progetti alternativi, non c’è stata una “morale” di contrasto al pensiero neoliberista dominante, al di fuori di quella piazzaiola, infantile e retorica dei “girotondi”. E’ venuto il tempo di riempire questo vuoto. Risorgimento Socialista sta mostrando coraggio, idee e capacità di analisi, necessari per proporsi un simile obiettivo. L’assemblea costitutiva del movimento, convocata a Roma per il prossimo 28 novembre, può diventare, per i socialisti, l’inizio di un’altra storia. Tutto ruota sui contenuti: non occorre che siano “nuovi” né a portata di mano: devono essere chiari, riconoscibili, seri, fondati, coerenti. Tali da infiammare la volontà, non la fantasia.

Non bisogna portarsi dietro incertezze o timidezze. Se i socialisti superstiti non si fossero abbandonati (non senza loro colpe e responsabilità) alla diaspora, la questione socialista, al di là dell’ormai inconsistente forza numerica, avrebbe oggi una dimensione meno drammatica. Se il PD fosse diventato un partito effettivamente socialista, o anche se avesse assunto con rigore la natura di un vero partito liberaldemocratico, la questione socialista, al di là delle ragioni e dei torti di tangentopoli, si sarebbe risolta, in un modo o nell’altro.  Così non è stato, ed ormai è passato troppo tempo.

E’ dunque necessario allontanare definitivamente la nostra idealità, la nostra stessa identità, socialista dalla dimensione della diaspora e aprire l’impegno politico ad una concezione nuova del ruolo socialista, che diventa quella di arricchire la mentalità e la cultura di una sinistra plurale, oggi  chiamata a superare i limiti tanto del riformismo come del massimalismo del XX secolo, per recuperare gli obiettivi di fondo della trasformazione dei rapporti di forza nella società e nell’economia, in Europa ed in Italia, nel senso della giustizia sociale, partendo dalla salvaguardia della democraticità del sistema come strumento non sostituibile di salvaguardia della libertà.

Senza paura di ammettere che il futuro si costruisce con la saggezza antica:

La lotta per la creazione di un ordine politico razionale può essere tale solo se abbraccia l’intera umanità. (Immanuel Kant).

ANTONELLO LONGO

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