Ci fu un tempo in cui era non dico spontaneo ma almeno possibile, anzi diffuso, che giovani motivati da idealità positive e provenienti da famiglie non abbienti scegliessero un’appartenenza socialista, iscrivendosi ad uno dei partiti che ad essa si richiamavano (il PSI oppure il mitico PSIUP o anche gruppi di sinistra radicale).

quarto stato giovane

Lì si svolgeva il proprio apprendistato politico fra grandi speranze e cocenti amarezze, sconfitte e risultati. Ad un certo momento tutto questo non fu più possibile. Da quando? La questione socialista nasce anche da questa domanda, ma gli anni Ottanta sembrano rappresentare uno spartiacque.

Indubbiamente ciò non era più possibile già ai tempi del mio primo attivismo politico, lì nei corridoi del liceo “Orazio Flacco” a Bari. Correvano gli anni del primo governo delle destre e già allora un tipetto, il ministro D’Onofrio, cercò di varare una prima riforma della scuola in senso aziendalista. Autogestione fu la nostra risposta a scuola. In un’infuocata assemblea di rappresentanti di classe, la mia proposta fu tre ore di lezione e due di attività autogestite. Fischi. Poco dopo una compagna, di un nota e agiata famiglia locale, propose due ore di lezione e tre di attività autogestite. Approvato. Dai tempi del Flacco il peso delle disparità sociali (o “differenziale del capitale sociale”) mi si è fatto più chiaro e come un’ombra attraversa tutta la mia riflessione storica e politica, anche grazie al magistero umano del mio prof di latino e greco, Salvatore Lugarà, il mio unico vero maestro. Da qualche parte conservo di quell’esperienza un fardello di carte: i prodotti del corso di storia dei partiti che tenni – età: 17 anni – ad una trentina di altri studenti. Corso tutto incentrato sul mio partito preferito del passato. Del passato. Il marxismo verrà dopo e non sarà né superficiale né dogmatico. Metodologico.

Allora, si era alla metà degli anni Novanta, dirsi socialista non era certo di moda. Non tanto un partito, ma soprattutto una tradizione era stata travolta o mandata al macero. Scegliete voi, il risultato non cambia. Come sia diventato socialista proprio allora è davvero strano se non si tiene conto di una cosa: mio nonno paterno era stato bracciante analfabeta socialista (in gioventù comunista). Suo nipote, destinato a diventare docente e storico, non aveva cancellato le proprie radici familiari. Occorreva vaccinarsi da amnesie e nuovismi, lo studio dovrebbe servire anche a questo. .

Seguirono gli anni abbastanza grigi dell’università: qualche manifestazione, molte letture, i 30 presi agli esami, molti appelli a ricostruire un partito socialista in Italia. Tutti rigorosamente inediti. La solitudine era la cifra del proprio essere socialista. Assieme allo studio assiduo dei classici del socialismo: mi accorsi che spesso quanto mass-media e senso comune dicevano del socialismo erano imposture. Leggevo la rivista Il ponte, tanti studi storici. Incontrai quel gigante della storiografia socialista che è Gaetano Arfé, ne nacque un piccolo carteggio interrotto solo dalla sua scomparsa. Ho motivo di credere che fra le sue ultime carte vi sia qualcuna che aiuterebbe a meglio comprendere il processo di “mutazione antropologica” del PSI. At de hoc satis hodie, cras loquamur.

Sì, ma la domanda restava sempre quella: come farsi davvero socialista allora? La risposta non potevano darmela certo libri e documenti. Mentre pensavo a queste cose, mi ritrovai a Genova nel luglio del 2001. Intendevo contestare, insieme ad una generazione, il G8, le loro guerre, l’egemonia del pensiero unico. Le nostre vite erano subalterne ma non rassegnate. Avrei voluto partecipare ai forum tematici. Ero affamato di politica, le risposte della cultura egemone non mi soddisfacevano. Trovai la repressione, feroce più di quanto sia stata narrata. Ho testimoniato altrove quanto vissuto allora e nei mesi successivi: i peggiori incubi di antifascista si erano materializzati. Pensavo non ne sarei uscito incolume: ad un certo punto venimmo a sapere che lo stadio Carlini, dove ci eravamo ritirati, era assediato e stavamo per essere assalito da squadroni di cosiddette forze dell’ordine. Da dove abbiamo trovato la maturità per non cadere nella morsa della violenza politica non saprei, ma è avvenuto. Ma non dimentico quei parlamentari che nel 2008, pur eletti col centro-sinistra del II governo Prodi, fecero decadere la proposta di una commissione d’inchiesta parlamentare: fra loro due sedicenti socialisti, tali Cinzia Dato e Angelo Piazza. Sia ignominia su di loro. Per sempre.

Da allora ho partecipato a centinaia di manifestazioni, assemblee, iniziative legate ai social forum. Questo il patrimonio di esperienze e di competenze che vorrei portare dentro il movimento per il Risorgimento socialista. Ex uno disce omnia: se si confrontassero i documenti del movimento ATTAC con gli scritti di Riccardo Lombardi, che avevo riscoperto quasi in modo clandestino, le consonanze, al di là dei termini differenti, sarebbero notevoli. Nessuno lo ha fatto in Italia. Vale anche come autocritica.

Probabilmente si è perso nel decennio 2001-2010 un periodo fecondo – quello di semina dei movimento antiliberisti, il cui patrimonio trova echi anche in recenti documenti pontifici e di una delle principali istituzioni contestate, il FMI – che ben difficilmente potrà essere rinnovellato in questo frangente storico. Eppure accanto al pessimismo della ragione ci vuole una buona dose di ottimismo della volontà.

Il tema centrale è quello della base sociale. Pur in un contesto che si suole definire post-moderno o liquido, non credo che sia un tema eludibile. Al di là di riferimenti storici e ideali di indiscussa validità, un movimento che voglia incidere nella società deve porsi questo tema. Altrimenti si ricade in un diverso modello: quello, per altri versi utile, del think tank o fondazione. Vi sono alcuni gruppi sociali, eterogenei certo al proprio interno (pertanto chiamarli “classi” sarebbe forse suggestivo ma non corretto), privi di rappresentanza: i lavoratori precari (pseudoautonomi e parasubordinati, in particolare quelli cognitivi), per lo più fra i 20 e 40 anni, e i migranti. Più in generale esiste un’ampia fascia di popolazione che, esclusa dalle reti di potere che contano (su base familiare, economico-sociale oppure per effetto di affiliazione e sottomissione), è privata di ogni reale possibilità di scorrimento sociale. Mi chiedo se queste categorie – assieme, non contro, quelle dei dipendenti pubblici e privati, dei pensionati e del ceto medio riflessivo e progressista – possano ricevere particolari cure da parte del nuovo soggetto sociale. Inutile dire che i succitati gruppi vanno sottratti tanto dall’illusione astensionistica (talvolta dettata da comprensibile disperazione o depressione sociale) quanto dall’occasionale voto novista. Renzi e il suo governo sono parte abbondante del problema, non soluzione. Altro discorso andrebbe svolto sul Movimento 5stelle.

L’altro tema deriva dalla consapevolezza della nostra non-autosufficienza. Quali alleanze sociali e politiche? Il duplice rifiuto di un inutile isolamento e di adeguamento al corso moderatistico e conformistico della politica e della cultura italiane (facendo da satellite rossiccio del PD) comporta una sola possibile altra scelta: concorrere alla costruzione di una rinnovata federazione di sinistra.

GAETANO COLANTUONO

 

Selezione Sitografica e Bibliografica

 

Studi sui partigiani jugoslavi in Puglia (1943-1945)

Sito www.partigianijugoslavi.it

  1. Colantuono, Jugoslavi in Puglia: il contesto storico; Puglia centrale; Puglia settentrionale; Salento; Luoghi e vicende; note storiografiche, in Andrea Martocchia et alii, I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana. Storie e memorie di una vicenda ignorata, Roma, Odradek Edizioni, 2011, pp. 220-234.
  2. Colantuono, La presenza di partigiani jugoslavi nella Puglia centrale 1943-1945. Il caso del comune di Grumo Appula in “Storia contemporanea” 266 (2012), pp. 43-65.

 

Contro il DDL “la buona scuola” (poi legge 107-2015): Dalla scuola-azienda alla scuola clientelare: un destino irreversibile? Cfr. http://www.orizzontescuola.it/news/dalla-scuola-azienda-alla-scuola-clientelare-destino-irreversibile

Video con mia intervista (sciopero 5 maggio 2015): http://www.ilmessaggeroitaliano.it/news/?p=83380

 

Testimonianza sui fatti del G8 di Genova: “Gazzetta del Mezzogiorno” (Bari), 8.4.2015, p. VII; “Avvenire dei Lavoratori” (Zurigo): http://issuu.com/avvenirelavoratori/docs/adl_150416

Poesia Cicli in Comitato Verità e Giustizia per Genova (a cura di), Genova, luglio 2001: io non dimentico, Varese 2006, pp. 11-13.

 

Interventi sulla sinistra italiana

Contro l’eterno crispismo della sinistra: Se si ritorna a Crispi (2010), cfr. http://circolorossellimilano.blogspot.it/2010/01/gaetano-colantuono-se-si-ritorna-crispi.html

 

Sulla produzione di Gaetano Arfé negli ultimi anni cfr. almeno C. Raia, G. A. Un socialista del mio Paese, Lacaita, Manduria 2003; G. Aragno (a cura di), G. A. Scritti di storia e politica, La Città del Sole, Napoli 2005. Ci sono tuttavia tre articoli che sarebbe d’obbligo leggere da tutti e tutte: Pietro Nenni ‘oscurato’, l’identità perduta, “Il ponte” 2000; Perché non possiamo dirci riformisti, “Il ponte” 2005; Sovversivismo storiografico, “la rivista del manifesto” dicembre 2000.

 

Su l’ultimo Riccardo Lombardi vale la pena leggere almeno C. Patrignani, Lombardi il fenicottero, L’asino d’oro, 2010.

 

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