Squinzi sfida i sindacati a legare il salario alla produttività. Sembrerebbe una minaccia nel senso che i sindacati sarebbero più propensi a tutelare i fannulloni che non farsi carico del futuro delle prospettive del paese.

Ho sempre ritenuto che la bandiera della produttività, lasciata cadere dalla gran parte della nostra imprenditoria (è più di venti anni che siamo al livello zero incremento di produttività), debba essere presa in mano dalle forze del lavoro come denuncia dei limiti del nostro modello economico e per i rilancio di un protagonismo egemonico delle forze del lavoro per il socialismo.

Riporto per un utili approfondimento della questione un articolo che pubblicai, al proposito, nel dicembre 2013.

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LA LEGGE DI BOWLEY

Leonello Tronti dalle pagine di Repubblica esamina i dati relativi ai salari rispetto alla produttività. “La regola d’oro dei salari richiede che gli stessi crescano nella stessa misura della produttività del lavoro. La regola è d’oro perché il suo rispetto mantiene costanti le quote distributive del lavoro e del capitale nel reddito. La costanza “legge di Bowley” è un principio che discende dalle condizioni che consentono all’economia di seguire un sentiero di crescita bilanciata: costanza del saggio di profitto e coincidenza del tasso di crescita del rapporto capitale/lavoro con quello della produttività. La legge di Bowley consente il massimo aumento dei consumi raggiungibile senza esercitare pressioni inflazionistiche sul saggio di profitto e preserva per lavoratori e imprese l’incentivo a cooperare per il miglioramento della produttività”.

Se questo equilibrio non è mantenuto, si registrano “ effetti redistributivi che si possono calcolare in modo contro fattuale, valutandola differenza tra il valore storico del monte profitti e quello che si sarebbe verificato se i salari reali fossero cresciuti, secondo la regola d’oro, nella stessa misura dei pur modesti aumenti della produttività. Il contributo offerto dalla quota del lavoro alla remunerazione del capitale nel quadro del Protocollo del 1993 è ingente: a prezzi 2005 oltre 50 miliardi l’anno già due anni dopo la sigla del protocollo, fino a più di 75 miliardi l’anno nel triennio 2000/2002 e attorno 68 miliardi l’anno tra il 2003 e il 2007. Soltanto con la crisi (tra il 2009 e il 2012) in dipendenza della tenuta dei salari contrattuali reali a fronte della caduta della produttività del lavoro, il contributo si è ridotto a valori più modesti, 30-40 miliardi l’anno. Il valore cumulato di questi trasferimenti impliciti e silenziosi dal 1993 al 2012 ammonta a ben 1.069 miliardi: una cifra sufficiente a spiegare non solo il freno della domanda interna di consumi e l’indebitamento delle famiglie, ma i ritardi di innovazione, i mancati investimenti, la sopravvivenza di imprese marginali e inefficienti i cui prodotti o servizi continuano a gravare sui bilanci delle famiglie e delle imprese esposte alla concorrenza, l’incapacità del segmento sano dell’apparato produttivo di crescere sino a trainare il Paese fuori dal tunnel della bassa crescita”.

Questa lunga analisi ci conferma che il meccanismo macroeconomico in cui stiamo operando è tutt’altro che naturale, ma soffre di una asimmetria profonda di base che agisce sulla distribuzione del prodotto lordo. Se il meccanismo per sua natura porta alla asimmetria denunciata sarà facile comprendere l’andamento dell’indice Gini che registra un crescente accentramento dei redditi nei decili alti e un restringimento nei decili centrali e bassi. Si ha cioè la conferma che il meccanismo di base è di per sé distorsivo nella distribuzione del reddito, e non c’è crisi o uscita dalla crisi che possa riequilibrare la mala-distribuzione.

Il mondo del lavoro deve quindi farsi carico del tema “produttività”, esserne compartecipe, responsabile e beneficiario; non si può minimizzare o, quel che è peggio, ignorare questo elemento sottovalutandolo. Ma deve anche ritornare alla distribuzione dei vantaggi della produttività in modo sistematicamente differente da quei ridicoli vantaggi fiscali sui salari di produttività. Anche le relazioni industriali dovrebbero puntare a quella cooperazione tra imprenditori e lavoratori nel comune obiettivo di miglioramento della produttività e il fisco dovrebbe premiare in modo ben diverso l’ACE (aiuto alla crescita economica che matura 1000 euro reinvestendo utili per 100.000 euro) premiando finalmente i fattori della produzione anziché penalizzarli con accise e balzelli improduttivi, favorendo il reinvestimento dei profitti nella circolazione produttiva anziché in quella finanziario-speculativa.

Ma serve un’altra considerazione, specialmente dopo la seconda bocciatura della legge di stabilità decretata dai tecnocrati di Bruxelles: serve la consapevolezza che per far fronte al debito pubblico, agli impegni (assurdi) conseguenti il fiscal compact, per toglierci quella palla al piede che risucchia con il costo del suo servizio 80 miliardi l’anno, per allontanarci dal 130% del rapporto debito/PIL , che solo una patrimoniale sulle grandi ricchezze (arricchitesi di 1000 miliardi in questo ventennio berlusconiano) può dare una svolta concreta al nostro sistema macroeconomico.

RENATO COSTANZO GATTI

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