Questa riflessione scaturisce dalla lettura del tweet di Civati (vedi suo profilo Twitter) e dalla sua frase “Renzi l’ha scampata (ma per poco)”. In questo modo e con queste premesse diventa (im)Possibile.

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La frase di Civati secondo me caratterizza con una naturalezza disarmante la vera portata di questa full immersion referendaria: un tentativo. Scrive Civati sul suo blog:

Troppi moduli sono ancora nei comuni in cui sono stati riempiti, e troppi altri sono ancora in viaggio, speriamo di poterci fare un’idea più chiara a breve.
Per questo motivo, diversamente da quanto avevamo sperato, oggi pomeriggio non andremo in Cassazione a consegnare le firme.

Puntualizza Civati ancora:

Resta il rimpianto di non dare agli italiani e alle italiane la possibilità di votare sulle riforme di questo governo.

Un Tentativo e un rimpianto. Come a dire abbiamo tentato, peccato, sarà per la prossima volta. Altro giro, altra corsa e altro banchetto allora. Ma non può essere questo il nostro orizzonte. Proprio quello di cui una sinistra degna di questo nome non ha bisogno.  

Mancavano troppe variabili e componenti affinché si raggiungesse la fine del campo per segnare una meta:

  • un coinvolgimento dei vari movimenti, associazioni e partiti alla sinistra del PD o almeno contro le politiche dell’attuale governo;
  • una chiara strategia di lungo periodo per far capire che non era solamente uno scontro tra chi è più simpatico tra Civati e Renzi (questo secondo me è stato l’errore più grave e sottovalutato dal dirigente brianzolo)
  • un chiaro e coerente riferimento culturale, che avrebbe dato l’occasione di  far comprendere a Civati che serve un partito di sinistra non la riproposizione dei comitati Prodi delle Primarie e la logica de L’Ulivo.

Nel toglierci un sassolino dalla scarpa poi, si potrebbe continuare e dire che un percorso intrapreso in questo modo, in scalata solitaria, senza un’idea di quale parte interessata chiamare alla raccolta, seguendo un elettorato volatile e d’opinione (ma qual è l’opinione diffusa oggi?), facendo poi riferimento solamente a quell’intuizione del 9% in Liguria, non è stata una grande strategia. Occhio a non far passare il messaggio che Possibile sia un comitato referendario momentaneo.

I referendum non erano l’unica via o la soluzione finale per condizionare il Governo. Non è così, infatti non è stato così e non sarà così. La raccolta firme è sembrata poi più una riproposizione dei banchetti universitari: come se si stessero raccogliendo le firme per appelli straordinari di una lista studentesca prima di aver ancora chiesto al preside e al consiglio di facoltà l’autorizzazione degli appelli stessi. Situazionismo diffuso, a mio avviso.

Vero è che c’è stata una certa presunzione in alcuni dirigenti della sinistra per non aver dato un concreto aiuto alla riuscita della raccolta delle firme, ma forse quello che veramente è mancato, concedetemi, è un’opposizione sociale vera a questo Governo.

Abbiamo appoggiato il referendum proprio perché si intravedeva un possibile percorso verso un momento unificante, che però non è arrivato forse perché c’è stata proprio l’illusione che un’azione momentanea potesse risolvere un problema antico che anche Filippo Turati aveva già focalizzato per bene nel suo ammonimento ai suoi compagni massimalisti che poi divennero comunisti:

Il nucleo solido è nell’azione. Nell’azione che non è l’illusione, che non è il miracolo, la rivoluzione in un giorno o in un anno, ma è la abilitazione progressiva, faticosa, misera, per successive graduali conquiste, obiettive e soggettive, nelle cose e nelle teste, della maturità proletaria a subentrare nella gestione sociale: sindacati, cooperative, potere comunale, parlamentare, cultura, tutta la gamma, questo è il socialismo che diviene! E non diviene per altre vie: ogni scorciatoia non fa che allungare la strada; la via lunga è la sola breve. E l’azione è la grande pacificatrice, è la grande unificatrice; essa creerà l’unità di fatto, che noi non troviamo nelle formule…

Invece dello step by step e del gradualismo tipico della sinistra e del Socialismo riformatore, si è avuta la sensazione di una proposta politica che sapeva più di un atteggiamento solipsistico che altro. E’ sembrato quindi più un’azione volta ad affermare un personalismo che concentrasse su di sé l’attenzione dei referendum,  invece di creare una leadership condivisa.

Se la sinistra vuole risorgere, con una coscienza delle battaglie politiche che ha di fronte, con un’analisi critica della realtà strutturata e con una volontà di ricercare un blocco sociale di riferimento, non può agire così.

Si sente quindi maggiormente il bisogno di condividere soluzioni, parlare e dibattere sulla migliore strategia da intraprendere e speriamo che d’ora in poi sia così.

ANDREW NAT

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