Ricordate il latinorum manzoniano? Quando vi parlano in codice vuol dire che si vuol nascondere qualcosa, alla faccia della trasparenza. Ebbene riporto una dichiarazione fatta ieri dal governatore della banca d’Italia Ignazio Visco e poi cerco di decriptarla.

 asset 

Premessa

Dice il governatore “Il lancio di una Asset Management Company (AMC) che acquistasse not performing loans (NPL) contribuirebbe a dare un rilancio per migliorare le condizioni con cui le banche raccolgono il capitale e la provvista”.

Vediamo allora di decodificare, punto per punto, questo messaggio in codice del governatore della banca d’Italia.

 

Asset Management Company

Le banche italiane hanno uno stock di crediti inesigibili pari a 320 miliardi di euro. Nel passato paesi europei quali Regno Unito, Germania e Spagna hanno dato aiuti di stato per migliaia di miliardi di euro, alle loro banche vittime della crisi finanziaria del 2007. L’Italia non concesse a suo tempo alcun aiuto alle banche italiane ed ora trova difficoltà con l’Europa a trovare una soluzione a questa massa di crediti inesigibili.

La soluzione prospettata è quella di costituire una società (una Asset Management Company) che acquisti dalle banche la massa di crediti inesigibili (i not performing loans ovvero NPL) a prezzi di mercato e si occupi del recupero di quei crediti. In termini giornalistici quella società viene chiamata “bad bank” ovvero, come preferisco chiamarla io “la banca cetriolo”.

Naturalmente la differenza tra il valore nominale dei NPL  venduti (320 miliardi) e il prezzo di mercato cui i crediti possono essere ceduti costituisce una perdita per le banche che già non avessero provveduto a suo tempo, come sarebbe logico e dovuto, a svalutare quei crediti riconoscendo tempestivamente la perdita subita.

 

Qual è il prezzo di mercato?

Gli azionisti dell’AMC si assumono il rischio che i crediti che riescono a recuperare abbiano un importo inferiore a quello che hanno pagato nell’acquistarli, ma sperano di recuperare di più alfine di fare un profitto.

Quindi il prezzo che offriranno alle banche sarà il più basso possibile, ma ciò si scontra con le aspettative delle banche. Da stime pubblicate le banche si aspettano un valore di cessione pari al 50% di 320 miliardi (con una perdita di 160 miliardi) mentre i candidati acquirenti sarebbero disposti a pagare il 30% ovvero 96 miliardi. Ci sarebbe una differenza, gap detto in latinorum, di circa 64 miliardi.

Il governatore Visco sostenne con l’Europa che l’intervento dello Stato per garantire in qualche modo i 64 miliardi di differenza, di gap, non può essere considerato un aiuto di Stato, ma, al contrario, un sistema per permettere al mercato di funzionare. Naturalmente l’Europa non accettò questa impostazione, ma pare che si sia raggiunto un accordo che quella garanzia non rappresenta aiuto di Stato se remunerata a prezzi di mercato.

Insomma l’intervento dello Stato per dare fattibilità al progetto pare essere imprescindibile (ecco il primo pezzo di cetriolo).

 

Chi sono gli azionisti dell’AMC

Se l’AMC deve comperare i NPL dovrà avere disponibilità di almeno 100 miliardi, e quindi bisogna trovare investitori disposti ad investire in questa avventura.

Sembrerebbe logico che partecipino a questa società le banche che conferiscono NPL, ma dovrebbero partecipare anche i responsabili del buco di 320 miliardi, ovvero i responsabili delle banche che hanno deliberato gli affidamenti.

Il punto comunque è che si preveda l’intervento dello Stato e che l’azionista principale possa essere la Cassa Depositi e Prestiti (ecco un secondo pezzo del cetriolo).

 

La deducibilità delle perdite delle banche

Le banche che portano a perdite i NPL devono tener conto degli effetti fiscali sui loro conti economici, e noi dovremmo anche tener conto degli effetti sui conti pubblici.

Le regole fiscali previgenti permettevano di dedurre le perdite su crediti in 5 anni (precedentemente erano addirittura 18 anni) per cui i 160 miliardi di perdite sarebbero deducibili in 5 tranches da 32 miliardi. Uno dei provvedimenti richiesti dalle banche, e concessi dal governo Renzi che ha già deliberato in tal senso, è di poter dedurre le perdite tutte in un anno. Per cui invece di dedurre 32 miliardi, le banche potrebbero dedurre 128 miliardi in più abbattendo l’imponibile fiscale. L’aliquota fiscale applicabile ai 128 miliardi è del 27,5% pari quindi a circa 35 miliardi di anticipato effetto fiscale per le banche, ma ciò che più rileva che nei conti di cassa dello Stato ci sarebbero 35 miliardi che vengono a mancare nel DEF del 2016. (ecco il terzo pezzo di cetriolo).

 

Ma da dove nascono tutte queste perdite?

La domanda è semplice: come hanno fatto le banche a concedere prestiti per 320 miliardi a gente che non è stata in grado di restituirli?

La risposta, tanto stupida quanto evasiva è che le perdite sono conseguenza della crisi e che non c’è altro da indagare. Ed invece indagare pare proprio necessario.

Quali sono le regole che ciascuna banca segue nel concedere prestiti? Esistono delle norme, chiamate Basilea, che determinano una specie di calcolo della rischiosità dei prestiti concessi; ma le banche hanno operato correttamente con le norme Basilea? E se non lo hanno fatto che vigilanza ha operato la Banca d’Italia nella sua missione di controllo?

Ma siamo sicuri che tutte queste perdite derivino da prestiti concessi con leggerezza? Se andiamo alla storia scopriamo che nella crisi del 2007 le banche avevano concesso prestiti a speculatori che acquistavano titoli che aumentavano di valore giorno dopo giorno nell’estasi della bolla finanziaria, avevano concesso prestiti a gente nullatenente che comperava casa, aveva concesso prestiti a ninja (no job, no income, no assets), avevano concesso prestiti per i famosi subprimes; insomma le banche avevano assunto rischi enormi certi che se fosse andata male lo Stato le avrebbe salvate (come in effetti è stato). Questo si chiama azzardo morale, e non finisce qui.

In quegli anni si inventarono strumenti finanziari fantasiosi ed estremamente elaborati ma altrettanto poco trasparenti atti a trasferire il rischio su terzi ignari, ma con la garanzia che lo Stato, il pagatore di ultima istanza, sarebbe intervenuto a salvarle, come in effetti è stato tranne che per Lehman Brothers. Questi strumenti finanziari sono l’apoteosi del latinorum: abs (asset backed Securities), cdo , swap, cdo (collaterized debt obligations), con le successive cdo al quadrato e cdo al cubo, clo (collaterizes loan obligations), cds (credit defaul swaps), cmo (collaterizes mortgage obligations), mbs (mortgage backed securities) insomma i famosi derivati che hanno inquinato e continuano ad inquinare quella parvenza di libero mercato che è il capitalismo finanziario.

Ebbene, le nostre banche quanti di questi derivati hanno comperato, quante perdite hanno accumulato con questi investimenti? E i broker quante commissioni  hanno maturato per questi affari sballati? E i dirigenti quanti premi generosi hanno preso per risultati positivi nell’immediato ma diventati disastrose perdite dopo solo pochi anni? E quanti dividendi sono stati distribuiti sulla base di utili fasulli che si sono poi dimostrate perdite?

Insomma se meritocrazia deve esserci, serve una operazione chiarezza e trasparenza prima di approvare ogni intervento di salvataggio delle banche. Questa missione politica dovrebbe essere una delle armi di RISORGIMENTO SOCIALISTA che:

  • esiga chiarezza e trasparenza,
  • provvedimenti per evitare che simili cose succedano nel futuro,
  • che per ogni € a carico dello Stato corrisponda un rimborso da parte delle banche
  • rimborso fatto anche con azioni delle banche stesse fino alla loro completa nazionalizzazione,
  • meritocrazia e penalizzazione dell’azzardo morale.

 

RENATO COSTANZO GATTI

 

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