La recente crisi greca, la questione della Gran Bretagna e del suo referendum e la questione immigrati ha messo a nudo le enormi deficienze dell’attuale Europa e del suo gruppo dirigente, facendo intravedere la concreta possibilità di una dissoluzione dell’Europa vanificando il lavoro di più di venti anni di contrastata e dialettica costruzione di un soggetto europeo a dimensione continentale.

trattati

Occorre dare atto agli uomini di Syriza di aver denudato il re, anche se la loro azione ha portato a una non soluzione del problema greco, ma ha tuttavia portato in primo piano l’inettitudine della attuale conduzione della macchina europea e lo squallore dell’approccio ragionieristico con il quale si è affrontato il problema greco, un approccio tra creditori e debitore al di fuori di ogni visione d’insieme, in cui l’Europa è scomparsa lasciando il posto alla Troika. L’Europa cioè ha nascosto la sua incapacità di affrontare il problema con la logica di una federazione di stati, nascondendosi dietro lo spirito da Equitalia dei tre esattori che hanno vestito gli abiti dell’ufficiale giudiziario.

Mai come ora serve un nuovo protagonismo dei socialisti europei che fondino la loro azione sulle cause della crisi, sulle deficienze degli attuali trattati, sulla carenza di democrazia decisionale dell’attuale sistema di governance europea.

Purtroppo i partiti socialisti europei per carenze proprie (il partito socialista francese), per rappresentanze fasulle (il PD italiano), o per il timore della scadenza elettorale (l’SPD tedesco) stanno dimostrando un momento di afasia, rinunciando a farsi protagonisti di una svolta decisiva nella costruzione dell’Europa.

Ci sono, come ricordavo poc’anzi, tre elementi fondamentali a supporto di una possibile e doverosa rivendicazione nella conduzione della costruzione europea:

  1. le cause della crisi europea nascono in gran parte dalla crisi finanziaria del 2007, nascono cioè da un ricorrente avverarsi delle contraddizioni insite nel capitalismo finanziario che purtuttavia stante la sua egemonia culturale, ha forgiato una ideologia totalitaria, un pensiero unico globalizzato che ha trascinato con sé anche la coscienza di classe del mondo del lavoro: il popolo è diventato più povero e meno rappresentativo ma si è anche svalutato in un plebeismo succube e subalterno. La crisi del capitalismo finanziario che da ormai 7 anni sta incidendo sulle economie europee, richiede con forza che le forze del lavoro si sostituiscano alla fallimentare logica del capitalismo finanziario nella conduzione dei nostri destini. Mai come ora è l’ora della riscossa;
  2. gli attuali trattati, risultato di una storia che analizzeremo brevemente più avanti, stanno dimostrando la loro inefficienza nel perseguire l’obiettivo principe che è quello della costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Questo obiettivo richiede un altro modo di operare più consono ed efficace; in sintesi richiede una logica ed una prassi programmatoria invece di una  subalterna azione orientativa che delega al libero mercato l’impossibile compito di omogeneizzare e far convergere i fondamentali economici dei vari componenti la comunità;
  3. la logica e la prassi programmatoria richiede tuttavia che le decisioni strategiche trovino la loro legittimazione non in un esecutivo composto da rappresentanti di governi statali (nella prassi egemonizzati da quelli più forti) ma in un Parlamento Europeo degno di questo nome e del regime parlamentare che gli Stati Uniti d’Europa devono perseguire.

Partiamo dal trattato di Lisbona

Nel 2005 i referendum francese e olandese bocciarono la Costituzione europea predisposta da Giscard d’Estaing. La bocciatura inferse un colpo micidiale al processo di costruzione di un’Europa federale costringendo a ricercare il modo da riavviare il discorso così improvvisamente interrotto. Ci fu un periodo di riflessione  di due anni, dal 2005 al 2007, per trovare un’intesa che arrivò con la Dichiarazione di Berlino del 25 marzo 2007, dichiarazione con la quale il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente del consiglio dei ministri italiano Romano Prodi “esprimevano la volontà di sciogliere il nodo entro pochi mesi, al fine di consentire l’entrata in vigore del nuovo trattato nel 2009, anno delle elezioni del nuovo Parlamento Europeo”.

Nello stesso periodo viene costituito il “Comitato d’azione per la democrazia europea” altrimenti noto come “Gruppo Amato” con il mandato di predisporre una riscrittura della Costituzione bocciata. La riscrittura fu completata nel giugno 2007: il nuovo testo presentava 70 articoli e 12.800 parole a fronte dei 448 articoli e le 63.000 parole della Costituzione.

Il nuovo trattato, o trattato di Lisbona, è noto anche come Trattato di riforma e più precisamente Trattato di Lisbona che modifica il trattato sull’Unione europea e il trattato che istituisce la Comunità europea.

Non si tratta quindi di un unico nuovo documento come la Costituzione ma di una revisione dei vecchi trattati: il TUE (trattato sull’Unione Europea) e il TCE (trattato di istituzione della Comunità europea)

Tutti i termini che avevano valenza istituzionale contenuti nella Costituzione vengono modificati; tornano i “regolamenti” e le “direttive” al posto delle “leggi europee” e delle “leggi quadro europee”.

L’operazione ha una natura chiaramente cosmetica per dare l’impressione che non si ripropone un accordo già bocciato dai referendum francese ed olandese, anche se “Openeurope” ha fatto un’analisi dettagliata dei due documenti e riscontra che il nuovo trattato di riforma è per il 96% identico al testo costituzionale.

I limiti delle mie proposte

Nell’affrontare il tema della revisione dei trattati limiterò le mie proposte ad un solo punto centrale del trattato di Lisbona, anche se necessariamente, nello sviluppo delle argomentazioni dovrò far riferimento ad altri punti connessi.

Il punto che voglio esaminare è l’articolo 174, primo articolo del Titolo XVIII – COESIONE ECONOMICA, SOCIALE E TERRITORIALE.

L’art. citato definisce la finalità perseguita dall’Unione:

Per promuovere uno sviluppo armonioso dell’insieme dell’Unione, questa sviluppa e prosegue la propria azione intesa a realizzare il rafforzamento della sua coesione economica, sociale e territoriale. In particolare l’Unione mira a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni ed il ritardo delle regioni meno favorite. Tra le regioni interessate, un’attenzione particolare è rivolta alle zone rurali, alle zone interessate da transizione industriale e alle regioni che presentano gravi e permanenti svantaggi naturali o demografici, quali le regioni più settentrionali con bassissima densità demografica e le regioni insulari, transfrontaliere e di montagna

Il successivo articolo 175 si occupa del come perseguire l’obiettivo di cui all’art. 174; “gli Stati membri conducono la loro politica economica e la coordinano anche al fine di raggiungere gli obiettivi dell’art. 174. L’elaborazione e l’attuazione delle politiche e azioni dell’Unione, nonché l’attuazione del mercato interno tengono conto degli obiettivi dell’articolo 174 e concorrono alla loro realizzazione. L’Unione appoggia questa realizzazione anche con l’azione che essa svolge attraverso fondi a finalità strutturale (Fondo europeo agricolo di orientamento e di garanzia, sezione – orientamento-, Fondo sociale europeo, Fondo europeo di sviluppo regionale), la Banca europea per gli investimenti e gli altri strumenti finanziari esistenti.

La Commissione presenta ogni tre anni al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale e al Comitato delle regioni una relazione sui progressi compiuti nella realizzazione della coesione economica, sociale e territoriale e sul modo in cui i vari strumenti previsti dal presente articolo vi hanno contribuito. Tale relazione è corredata, se del caso, di appropriate proposte”

Gli articoli che seguono stabiliscono che il Fondo europeo di sviluppo “contribuisce alla correzione dei principali squilibri regionali esistenti nell’Unione, partecipando allo sviluppo e all’adeguamento strutturale delle regioni in ritardo di sviluppo nonché alla riconversione delle regioni industriali in declino”.

Se ne trae la conclusione di una azione dell’Unione tesa all’accompagno, alla promozione, alla contribuzione alla correzione degli squilibri, insomma, e forse in nome del principio della sussidiarietà, di una missione dell’Unione che opera non da protagonista ma come coordinatore e supporto agli Stati membri che conducono la loro politica economica e che eventualmente la coordinano anche al fine di raggiungere gli obiettivi dell’art. 174.

Un articolo del 1995 “L’Europa tra piano Delors e piano Schauble”

Nel febbraio del 1995 Isidoro Mortellaro scriveva un articolo in cui contrapponeva il piano Delors al piano dell’eterno Schauble.

Da una parte Delors fa proprie le sfide e le vie per entrare nel XXI secolo e prova a rilanciare il tentativo di dare un centro all’Europa riportando in primo piano l’occupazione; la parola d’ordine della lotta contro l’eurosclerosi è una nuova concertazione sociale. Viene rilanciata un’idea del pubblico come volano di una dinamizzazione sociale, della ristrutturazione del welfare: un’Europa non bloccata ad assistere ma tesa a mutare. Largo spazio a politiche di infrastrutturazione telematica, della formazione permanente, di sviluppo del privato sociale nel tentativo di riconquistare un ruolo ad organismi comunitari che lo stallo dell’unificazione rischia di precipitare in crisi aperta.

Lo schiaffo più sonoro al piano arriva dal rifiuto del Consiglio europeo a finanziarlo, dalla chiusura verso la possibilità di politiche espansive di infrastrutturazione.

Prende invece piede e diffusione il cosiddetto piano Schauble-Lamers ovvero il piano della Cdu-Csu per un’Europa a geometria variabile, un’ipotesi espressamente prevista dal trattato di Maastricht e interpretata dalla destra tedesca come un disegno per una centralità della Germania finalmente e integralmente riconciliata con l’Occidente e che ambisce a designarsi come centro unificatore di tutta l’Europa, motore di integrazione di tutto l’Est.

Ho ricordato questo articolo perché la dialettica sulla missione dell’Europa è una costante che non ha ancora trovato un suo sbocco, ma che sta lentamente ed inesorabilmente rovinando in una crisi che rischia di gettare nel nulla decenni di lavoro di costruzione dell’Europa.

Al di là delle tentazioni egemoniche della destra germanica l’alternativa cui ci troviamo di fronte rimane sempre e potentemente la seguente:

  • rivedere e ristrutturare tutte le istituzioni e le meccaniche statuali nel senso di liberare da ogni impiccio, da ogni ostacolo – in primis l’ostacolo principale dell’intervento dello Stato nell’economia – che si frapponga alla meccanica autoequilibrantesi del libero mercato. Restringere quindi le politiche statuali nei limiti di ragionieristici parametri e indici e quindi interpretare la funzione dell’Europa come guardiano di tale quadro istituzionale, lasciando che gli animal spirits portino agli immancabili risultati di sviluppo e benessere. “Una Europa nella quale tutte le nazioni siano indipendenti e democratiche, nella quale i liberi mercati e il benessere non conoscano confini, nella quale la sicurezza si fonda su ponti e non su muri”.
  • Dall’altra parte la consapevolezza che un’area valutariamente ottimale richiede una convergenza dei parametri fondamentali, che non sono limiti o vincoli vissuti come premessa, ma sono obiettivi e risultati da creare e perseguire con una politica volontaristica e determinata della direzione europea. Direzione che non può  “assistere, accompagnare, favorire, auspicare” l’azione degli Stati ma che al contrario si costituisca in un organismo con potere decisionale ed esecutivo, di concerto degli Stati, ma con la funzione centrale di ENTE DI PROGRAMMAZIONE EUROPEA. La sussidiarietà ed il libero mercato sono geneticamente incapaci di affrontare questo compito, solo la logica della programmazione con un bilancio proprio ed una legittimazione democratica possono risollevare l’Europa dalla profonda crisi in cui rischia di cadere.

Se i socialisti si uniscono per portare avanti in Europa la visione delorsiana; se in questo periodo si riesce a ritrovare una capacità di proposta in grado di rivoltare l’attuale paralisi della governance europea, denudata dalla ribellione di Tsipras e Varoufakis; se riescono a ridare positività e appeal all’idea di un’Europa la cui popolarità sta per essere travolta dal populismo delle destre nazionaliste; se si affermasse questa politica sarà facile fare una proposta di revisione dei trattati e  che superi la passività  dell’art. 174 e successivi del trattato di Lisbona.

La proposta Gabriel-Macron

I troppi “se” dell’ultima frase del precedente paragrafo, chiamano in causa lo stato dei socialisti oggi in Europa. Si parla di inesistenza del PSE, di crisi del PSF, in Italia la microscopicità del PSI non è per nulla sostituita da un PD che aderisce – è pur vero – al PSE ma di cui sembra imbarazzante la mancanza di iniziativa sul terreno propositivo sostituito da una adesione pedissequa alla filosofia della destra tedesca.

Mancano i leaders e l’informazione latita, ma l’attenzione è anch’essa obnubilata dal pensiero unico: chi tra i compagni ha studiato o almeno letto il documento Gabriel-Macron che è apparso fuggevolmente sulla stampa di tutta Europa?

Ritengo che quel documento, scritto dal leader dei social-democratici tedeschi vice-cancelliere e ministro dell’Economia e dal ministro dell’economia francese, parta da un’analisi condivisibile e ne tragga una consequenzialità percorribile seguendo la logica delorsiana. Una proposta certamente “possibile” nel clima politico esistente e che, evitandomi la fatica di elaborare qualcosa che già esiste, propongo come base per la revisione dei trattati.

Due sono i grossi punti deboli dell’architettura europea:

l’interruzione del processo di convergenza economica tra i paesi dell’Unione e in particolare quelli della zona euro. Non stiamo parlando di una difficoltà teorica: la disoccupazione è una realtà quotidiana per milioni di europei, in particolare i nostri giovani, che rischiano di diventare una generazione sacrificata;

le tensioni politiche: in seno agli stati membri, dove sono in ascesa forze antieuropeiste, e fra gli stati membri.

Dieci anni dopo il no dei francesi al referendum sulla Costituzione europea, è tempo di riaprire il dibattito politico ed economico. E’ tempo di rafforzare la zona euro nel quadro di una riforma più generale dell’Unione, un’Unione dentro la quale ogni stato membro deve trovare posto. Ora è necessario correggere questi difetti, se vogliamo che l’euro mantenga la sua promessa di prosperità economica, e più in generale eviti una deriva dell’Europa verso uno scontento ancora maggiore e divisioni ancor più profonde.

Per riuscirci è indispensabile accelerare la costruzione di un’unione economica e sociale accordandoci su un processo di convergenza per tappe successive. Per questo processo è necessario portare avanti le riforme strutturali (mercato del lavoro, attrattività per le imprese…) e le riforme istituzionali (in particolare per quanto riguarda il governo dell’economia), ma anche avvicinare i nostri sistemi fiscali e sociali (per esempio con salari minimi più coordinati o con un’armonizzazione dell’imposta sulle società) al fine di arrestare la corsa al ribasso che oggi imperversa attraverso la concorrenza fiscale, il dumping sociale e le svalutazioni interne non collaborative. Questo processo di convergenza fra gli Stati membri getterebbe le basi di un bilancio comune per tutta la zona euro, condizione indispensabile per l’efficacia dell’Unione monetaria.

Oggi la zona euro poggia innanzitutto su regole che mirano a garantire la disciplina di bilancio. Queste regole sono importanti ma nulla garantisce che la somma delle politiche di bilancio nazionali condurrà a una situazione ottimale per la zona euro nel suo complesso, sia nei momenti di crisi sia nei periodi di crescita. E’ importante quindi dare alla zona euro una competenza di bilancio al di sopra dei  bilanci nazionali, che ci consenta di mettere in campo stabilizzatori automatici e adattare la nostra politica di bilancio al ciclo economico. In un primo tempo la competenza di bilancio della zona euro potrebbe essere sviluppata nel quadro del paino Juncker per finanziare progetti di investimento ( infrastrutture, reti intelligenti, investimenti di rischio…). In un secondo momento potremmo creare per la zona euro un bilancio a tutti gli effetti che avrebbe due elementi: uno di “produzione” per sostenere gli investimenti, e uno “stabilizzatore” con stabilizzatori automatici a livello europeo.

Questo bilancio disporrebbe di risorse proprie (per esempio una tassa unica sulle transazioni finanziarie o una frazione di un’imposta armonizzata sulle società) e della capacità di emettere obbligazioni.

Questo bilancio comune della zona euro non potrebbe e non dovrebbe dispensare gli stati membri dall’obbligo di rispettare la disciplina di bilancio. Per rafforzare l’equilibrio bisognerebbe introdurre un quadro giuridico comune per la ristrutturazione ordinata dei debiti pubblici nazionali se dovesse rendersi necessario, come ultima istanza, ricorrere ad una misura del genere. Contemporaneamente il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) verrebbe integrato al diritto comunitario, trasformandosi in un vero e proprio Fondo monetario europeo”.

(Val la pena ricordare qui, che il famoso “fiscal compact” non è un trattato europeo ma è un patto intergovernativo, estraneo alla giurisdizione degli organi europei. Inoltre la costituzione di un bilancio della zona euro che si pone le finalità sopra esposte ridurrebbe il pareggio di bilancio degli stati membri a semplice bilancio soprattutto della spesa corrente).

La zona euro in questo modo poggerebbe su istituzioni comuni più forti che colmerebbero il deficit di democrazia innalzando il controllo democratico e arrivando a formare un “zona euro” in seno al Parlamento europeo; un commissario euro con competenza non solo su questioni di bilancio ma anche e soprattutto su crescita, investimenti e occupazione potrebbe incarnare questa zona euro rafforzata”.

RENATO COSTANZO GATTI

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