Nell’ottica di Napolitano, si trattava di costruire un “bipolarismo ben temperato”. Rispetto reciproco; moderazione nei toni; ma non solo questo.

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In una sua recente biografia, Napolitano è stato definito come “l’ultimo dei comunisti”. Una definizione che può sorprendere negativamente: ma solo quanti pensano al comunismo in termini di rivoluzione, estremismo, massimalismo e altre diavolerie. Ma che è perfettamente calzante, oltre che rassicurante, per quanti ne hanno colto la vocazione anzi l’amore tanto più intenso quanto meno corrisposto per l’ordine e l’autorità. Per carità non quella della dittatura, della caserma o del gulag; piuttosto quella di un collegio o delle scuole di una volta. Un testo scolastico di riferimento, una regola, un corpo insegnante degli allievi alacri e rispettosi.

In politica ciò significa orrore del disordine e terrore dello scontro; e per converso culto della mediazione e ricerca costante di ogni possibile unità. Ora, come esercitare queste virtù nell’ambito di un sistema bipolare; un sistema che come tutti gli altri segni distintivi della Seconda Repubblica, portava la firma del Pci/Pds/Pd?

Nell’ottica di Napolitano, si trattava di costruire un “bipolarismo ben temperato”. Rispetto reciproco; moderazione nei toni; ma non solo questo. Perché, per essere ben temperato, il bipolarismo che i due maggiori partiti fossero d’accordo sulle “regole” – leggi quelle fissate dall’Europa – e sui principi essenziali della Costituzione, formale e materiale.

Nella realtà delle cose, la cosa non funzionò affatto. Gli ex comunisti fecero la loro parte accettando la liquidazione a prezzi di saldo delle strutture economiche e istituzionali della prima repubblica e con la Bicamerale, Berlusconi no.

E, a partire dalla rottura degli ultimi anni novanta, il bipolarismo non funzionò più. Napolitano, presidente della repubblica, fu il testimone di questo fallimento; ma ne trasse le conclusioni sbagliate. Era stato il testimone del cattivo funzionamento del bipolarismo. Doveva, dunque, esercitare, proprio da presidente della repubblica/maestro di scuola, rieducare i partiti al senso della responsabilità attraverso la medicina amara dell’unità nazionale.

Avrebbe dovuto sapere (tutta l’esperienza della seconda repubblica stava lì a dimostrarlo) che a pagare il prezzo di questa rieducazione forzata, comandata dall’Europa e dalle sue folli regole, sarebbe stato il suo popolo e il suo partito. Ma in realtà poco gliene importava: perchè era ormai schiavo della sua vocazione di maestro di scuola, fino al punto di dimenticare tutto il resto.

Dopo Monti, Letta. Diversa l’impostazione e lo stile. Uguale il fallimento.

Un fallimento che coinvolgerà in prima persona lo stesso Napolitano. Nella sua ottica il periodo di rieducazione dei partiti avrebbe dovuto essere limitato nel tempo ma anche nella natura. Le riforme economiche indispensabili; una nuova legge elettorale da elaborare anch’essa in una logica consensuale, poi alle urne.

Inutile sottolineare che, a questo punto, che il renzismo è, come dire, ontologicamente alternativo rispetto allo schema di Napolitano. A partire dal fatto che non è un ordine collettivo guidato da regole ma un caos totale guidato dall’uomo solo al comando.

Può sorprendere dunque il sostegno del vecchio saggio al giovane intemperante e scriteriato. O, per dirla più brutalmente la complicità del custode della costituzione nei confronti di chi se la sta mettendo sotto i piedi. Ma qui va considerata la natura umana. Giolitti salutò con favore l’avvento del fascismo; “non avete voluto ascoltarmi; avete avuto quello che vi si è meritato”. Giolitti, all’epoca era un pò più giovane di Napolitano ed era un politico cinico e realista, non un maestro di scuola indispettito con i suoi allievi sino al punto di abbandonarli al loro destino.

ALBERTO BENZONI

 

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