La crisi greca ha fatto riemergere il problema annoso della rappresentazione dell’idea di nazione a sinistra.
nazione

Proprio nel momento in cui è uscita allo scoperto la natura ideologica dell’Unione Europea, la sua caratterizzazione ordo-liberista, e la sua fondamentale irriformabilità, proprio nel momento in cui il “mostro buono” ha svelato la maschera, in Italia, proprio da sinistra ci si è affrettati a ricordare che è necessario procedere a cessioni ulteriori di sovranità per scongiurare il pericolo dei nazionalismi.

Operazione buffa, in quanto la UE comprime le nazioni perché ha interesse allo smantellamento degli Stati, perché la dissoluzione degli apparati statali è operazione coincidente con la sua programmazione ideologica, che è del tutto speculare ai voleri della finanza internazionale, la quale non ha bisogno di vincoli decisionali e di confini in quanto ciò che risulta essenziale è la libera circolazione dei capitali e la libertà di investire il capitale in spazi illimitati.

Questione ideologica dunque, che permette la realizzazione dei diktat neo-liberisti, nel momento in cui è possibile svalutare senza problemi il lavoro, svendere al capitale privato i servizi pubblici, creare le condizioni perché le transazioni finanziarie rappresentino l’unico modo di creare denaro.

L’allargamento degli spazi, la loro trasformazione in luoghi senza confini, è uno dei modi per rendere superflua l’opposizione ideologica a questo modo di concepire lo sviluppo, per cui chi resta inchiodato al territorio non ha più la possibilità di rapportarsi in maniera dialettica con il Potere e con i voleri della classe dominante e lo spazio viene trasformato, con l’aiuto delle nuove tecnologie, in spazio virtuale utilizzato per sfiancare le capacità di organizzazione delle forze sociali e dei cittadini, i quali subiscono senza colpo ferire le diseguaglianze create dal sistema di sviluppo contemporaneo e non trovano una reale controparte con cui rapportarsi.

Ebbene in questo quadro politico, dove l’Unione Europea rende irriformabili le politiche di austerità e comprime la sovranità popolare in nome della supremazia della sfera economica, questa versione della sinistra, quella nuovista del Pd, irrompe sulla scena per ricordarci quanto siano state terribili le nazioni e quanti pericoli si annidino nella loro rievocazione.

Particolare alleanza quindi! Questa falsa sinistra accoglie i voleri dell’alta finanza internazionale e si accoda al desiderio di smantellamento degli stati nazionali, del tutto dimentica della genesi delle nazioni moderne e di come esse siano riuscite a coniugare, nel tempo, forme democratiche basate sul concetto di sovranità popolare e di come, dal secondo dopoguerra, esse abbiano realizzato, nell’occidente, il più sviluppato modello di progresso sociale della storia.

Lo storico Federico Chabod ci ricordò di come le nazioni si svilupparono come reazione alle tendenze universalistiche dell’Illuminismo al fine di rendere quella ragione ordinatrice compatibile con il sentimento di ogni popolo, nel momento in cui “chi ha un’anima letteraria, artistica, musicale, ha il diritto di poter esprimere anche sul piano politico questa sua anima”.

Ma il significato della nazione non ebbe solo un tratto naturalistico e con Rousseau se ne colse quello politico che corrispose alla volontà di azione collettiva. L’appello alla volonté générale costituì il richiamo essenziale allo Stato fondato sulla sovranità popolare.

Questo richiamo diventò il tratto caratteristico del nazionalismo italiano risorgimentale, lo dimostrano le parole di Mazzini quando affermò: “La nazione è, non un territorio da farsi più forte aumentandone la vastità, non un agglomerato di uomini parlanti lo stesso idioma…ma un tutto organico, per unità di fini e di facoltà…Lingua, territorio, razza, non sono che gli indizi della nazionalità, mal fermi quando non sono collegati tutti e richiedenti in ogni modo conferma della tradizione storica, dal lungo sviluppo di una vita collettiva contrassegnato dagli stessi caratteri”.

Proprio l’Italia dunque ha combattuto la lotta politica più celebre per l’affermazione del concetto nazionale inteso come ideale per affermare che le conquiste rivoluzionarie avevano bisogno di una applicazione democratica all’interno di un comune sentire, storico e culturale.

Ma la sinistra italiana per molto tempo ha connesso il concetto di nazione a quello di fascismo dimenticando le ragioni storiche che portarono alla marcia su Roma e quelle economiche che portarono allo sviluppo del fascismo internazionale in Europa dopo la crisi del 29.

Se da una parte il fascismo italiano fu la reazione alla rivoluzione russa in un paese ancora de-industrializzato e con la presenza di forti partiti di ispirazione socialista che misero in discussione la proprietà privata, dall’altra, in Europa dopo la crisi del 29, fu proprio l’instabilità dei mercati ed il sostegno da parte dei liberali a politiche deflazionistiche che portarono ad un indebolimento delle forze democratiche. Il fascismo internazionale fu la reazione a questo scenario, tant’è che i movimenti fascisti una volta preso il potere persero il carattere nazionalistico ed anzi propugnarono l’idea di una nuova nazione, quella fascista.

Le nazioni post-belliche si strutturarono, difatti, avendo bene in mente le ragioni dello sviluppo del fascismo e le ragioni che portarono alla seconda guerra mondiale e diventarono “società salariali”, così definite da Robert Castel, nelle quali la protezione degli individui dai rischi del capitalismo diventò una delle prerogative fondamentali dell’azione statale. In questo modo le nazioni europee costruirono quello che è stato definito il “modello sociale europeo”, nel quale lo stato nazionale fu organo di mediazione tra capitale e lavoro ed interprete dell’edificazione di un sistema complesso di protezione sociale.

Con la rivoluzione neo-liberista degli anni 80 il ruolo dello Stato venne messo in discussione, si tornò a teorizzare lo stato minimo, e con le nuove teorie sui rischi inerenti al processo di globalizzazione entrò nel lessico il concetto di rischio ineluttabile, che quindi avrebbe sgravato lo stesso Stato dall’intervento a sua protezione.

Così emersero anche nuove teorie sulla nazione, Habermas e Bobbio, secondo le quali la nazione non corrispondeva più al sentimento di quel popolo particolare, ma sarebbe nata dall’adesione a principi universalistici, per cui entrò in gioco l’idea di una nazione senza stato. Teorie compatibili con ciò che si pensava dovesse diventare l’Unione Europea, un luogo in cui tecnici sottoposti ai voleri del mercato imponevano alle nazioni riforme e modifiche legislative compatibili con i principi di destrutturazione neo-liberista.

Ora ci si dovrebbe chiedere il motivo secondo il quale questa sinistra accoglie, oggi, i cardini di quella visione dell’apparato burocratico europeo secondo la quale gli stati-nazionali devono assoggettarsi ai voleri mercantilistici, evidenziando il tabù della questione nazionale, considerato il fatto che la progressiva erosione delle sovranità nazionali ha portato, negli ultimi vent’anni, una sempre maggiore condizione di diseguaglianza tra gli individui e una sempre maggiore visione unilaterale dello sviluppo.

Il sospetto è che la classe dirigente della sinistra che proviene dal PCI-PDS-DS, ha avuto visibilità dal 1992 in poi proprio per aver scommesso sul paventato ideale europeo e su quell’ideale ha costruito la propria affidabilità nei confronti dei poteri forti e oggi non ha le carte in regola per dire che l’Europa si è costruita per distruggere la capacità di organizzazione delle classi deboli e per dare potere al ceto economico.

Ancora oggi l’assenza di dialettica democratica all’interno della UE non è solo dimostrata dal caso Grecia, ma anche dal percorso senza ostacoli che sta seguendo il Ttip, l’accordo di libero commercio tra Usa e Ue, per cui appare pretestuoso e indecifrabile il continuo appello a nuove cessioni di sovranità, che saranno usate dalle strutture sovranazionali per distruggere definitivamente quel modello sociale che proprio le nazioni occidentali riuscirono a costruire.

Quando si parla di nazione si ricordi che dentro le nazioni si è sviluppata l’idea più compiuta di socialismo democratico e che oggi parlare di pericolo nazionale rappresenta l’aiuto fondamentale a chi quell’idea vuole renderla muta.

FERDINANDO PASTORE

 

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