Il linguaggio della verità, un dovere per la Sinistra

Oggi a sinistra serve il linguaggio della verità e non quello mistificatorio del marketing politico.

verità

La vicenda greca pone all’ordine del giorno due scenari di analisi, il primo riguarda la percezione che i cittadini europei hanno della costruzione della UE oggi ed il secondo le reazioni italiane, di quella che dovrebbe essere o che si propone di essere la nuova sinistra fuori del PD. A mio parere nonostante la sconfitta di Tsipras causata sia dalla debolezza strutturale dello stato Greco, nel quale esistono problemi oggettivi come la mancanza di un sistema produttivo efficace e moderno e la protezione delle élite nazionali causata da leggi fiscali che vanno a loro vantaggio che da una ingenuità strategica nel momento in cui non si è condotta la trattativa con la proposizione di un piano B da sfruttare soprattutto dopo l’esito del referendum , oggi, dopo tanti anni di propaganda europeista, proprio i cittadini europei hanno raggiunto una maggior consapevolezza della reale natura ideologica della UE.

Le infinite trattative che si sono svolte in questi mesi hanno, difatti, evidenziato sia che le Istituzioni europee si pongono al di sopra delle sovranità nazionali costruite sul rapporto di legittimazione popolare, sia che la nuova legittimazione è posta sul piano economico e quindi che l’Unione promuove un sistema di sviluppo costruito ad un’unica dimensione, dimensione che punta alla distruzione del modello sociale europeo, che le nazioni costruirono dal dopoguerra in poi.

Oggi non basteranno più i richiami propagandistici al manifesto di Ventotene o alla millantata pacificazione europea avvenuta, nel racconto del mainstream, grazie all’Unione (la pace nel dopoguerra fu assicurata dal mondo diviso in blocchi e dall’elemento dissuasivo rappresentato dalla minaccia nucleare), perché finalmente i cittadini europei hanno raggiunto un grado di coscienza maggiore riguardo l’impossibilità di costruire dentro l’Eurozona un sistema di dialettica democratica e di sviluppare politiche redistributive che possano andare incontro alle classi sociali deboli.

La tecnocrazia europea ha svelato la propria maschera in più occasioni, in un gioco delle parti condotto dai capi di governo asserviti ai voleri del sistema economico finanziario, dai funzionari del FMI e dai banchieri della BCE, nel momento in cui si è posto l’accento non tanto sul problema del nuovo prestito alla Grecia, bensì sulle riforme che la stessa Grecia aveva il dovere di attuare per ottenere il prestito.

La ferocia con la quale sono state condotte le trattative e la spinta punitiva della Troika ha questo significato, nel momento in cui nel meridione d’Europa crescono forze politiche con un chiaro tratto socialista e che comprendono come la distruzione dei confini nazionali e la progressiva perdita di sovranità corrisponda alla progressiva perdita di diritti e di capacità di opposizione da parte delle classi sociali deboli.

Lo conferma Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo, quando individua i termini ideologici del problema greco e così circoscrive il pericolo: «l’illusione ideologica che sia possibile cambiare corso all’Europa, che si possa costruire un’alternativa alla visione tradizionale dell’Europa, al discorso sull’austerità”.

In Italia questi nuovi scenari o vengono sottaciuti, con qualche eccezione oggi rappresentata dalla voce di Stefano Fassina (non cito associazioni, economisti e movimenti che da anni hanno chiare le idee in proposito,), oppure vengono stravolti per continuare a propagandare una possibile Europa più unita dove si continuerà a cedere pezzi di sovranità. Ma questi proclami, che indicano “ci vuole più Europa!” o che propugnano un’Europa finalmente politica, cadono nel vuoto e rappresentano la spia della prossima irrilevanza di tutti quei movimenti che oggi si apprestano, anche in Italia, a rappresentare un nuovo campo d’azione slegato dal Governo Renzi.

E’ singolare, a questo proposito il richiamo, avvenuto in questi giorni, da parte di un politico italiano appena uscito dal PD, Giuseppe Civati, al proprio Pantheon per un’Europa giusta, buona e carina, nel quale figura un certo Jean Monnet, primo presidente della CECA. Hans Magnus Enzensberger nel pamphlet “Il Mostro buono di Bruxelles” ne ha difatti descritto minuziosamente le idee politiche e quello che veniva chiamato il metodo Monnet consistente in una prassi che metteva l’accento sul tratto elitario ed oligarchico dell’Europa contrapposto alla sovranità popolare delle nazioni. Così Monnet si prefigurava di “minare a poco a poco il nucleo politico della sovranità degli stati nazionali a favore di istanze transnazionali” e “privilegiava quelle che si chiamano le decisioni di élite prese nel consenso, in cui i parlamenti e i cittadini non hanno praticamente voce in capitolo. Non attribuiva alcun valore alle consultazioni popolari e ai referendum”.

L’Europa Unita si è costruita sul metodo Monnet ed è proprio questa Europa che è oggetto di contestazione cosicché la sua evocazione fa cadere anche un’altra maschera a sinistra, e precisamente svela le reali intenzioni di “Possibile”, che appare oggi operazione politica incentrata sul marketing pubblicitario e sull’annacquamento delle capacità oppositive al sistema tecnocratico europeo, quando al contrario Podemos ne fa il punto centrale della propria azione.

Operazioni di maquillage personale appariranno per quello che sono, e non avranno altra funzione se non salvare piccoli gruppi dirigenti e riportare il dissenso al Governo Renzi in un quadro di alleanze che considera sempre il PD come punto centrale del sistema politico e serviranno per svuotare di contenuto, in Italia, quella sinistra che dovrà costruirsi in un campo di contestazione al neo-capitalismo.

Leggendo i comunicati d’intenti di “Possibile” si scorge l’intenzione di continuare a concepire una società che ha superato il problema delle classi sociali, che omogeneizza il messaggio in uno spirito bonario e pacificatore, ispirato ad un giovanilismo acritico e tollerante, pieno di tavoli tematici e di apericene, e richiama la propria identità sia sul modello dell’Ulivo Prodiano, dimenticando che fu proprio Prodi ad imporre le prime destrutturazioni neo-liberiste al Paese giustificate dal famoso “ce lo chiede l’Europa”, sia sui diritti civili, diritti ormai concessi dal potere nel momento in cui la loro affermazione nasconde da un lato la progressiva perdita di quelli sociali e promuove dall’altro una società nella quale l’affermazione individuale è congeniale alla rappresentazione ormai ideologica, e quindi considerata non più attuale, della protezione sociale degli individui.

Ma tutto ciò che nascerà a sinistra o riproporrà il problema della contrapposizione di classe e della sua rappresentazione politica, avendo coscienza che l’Europa è nata per assecondare i privilegi delle classi dominanti oppure sarà destinato alla progressiva irrilevanza con il rischio di una destra più consapevole degli enormi problemi sociali che investiranno l’Italia in questi prossimi anni.

E’ necessaria una fase politica incentrata sul coraggio, sulla chiarezza delle posizioni, sulla consapevolezza dello scontro sociale in essere e della sua linea di demarcazione costituita da un lato da chi si giova di un mondo senza né confini né Stato, l’alto, e dall’altro da chi subisce il territorio a cui rimane legato e dal quale non può spostarsi, senza che esso rappresenti più un luogo di partecipazione politica, il basso.

Karl Jaspers indicava la verità come il solo mezzo possibile per arrivare alla libertà ed affermava: “Soltanto nella dedizione alla verità è possibile una libertà piena. Niente pace senza verità, ma anche niente libertà senza verità”. Oggi a sinistra serve il linguaggio della verità e non quello mistificatorio del marketing politico.

FERDINANDO PASTORE

 

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