Riportare al centro del mondo la politica e ridare senso alla capacità degli esseri umani di pensare una società equa.

liberismo (1)

Michel Foucault nel corso che tenne al College de France tra il 1978 ed il 1979 chiamato “La nascita della biopolitica” descrisse la nascita di una nuova forma di Governamentabilità.

A cosa si riferiva il filosofo francese? Nello specifico intendeva dire che a seguito della rivoluzione neo-liberista, ormai alle porte, e con la progressiva caduta del sistema di produzione industriale, il governo avrebbe assunto una nuova forma e nuove prerogative del tutto conformi alle nuove intenzioni del neo-capitalismo.

Il governo si sarebbe dotato una forma minima nella quale le strutture tecniche sarebbero servite alla protezione della libera concorrenza tra imprese, per cui le vecchie funzioni statali, proprie del vecchio sistema di produzione industriale come la mediazione tra capitale e lavoro e l’assicurazione per i cittadini dai rischi connessi allo sviluppo capitalista sarebbero venute meno.

Inoltre i cittadini sarebbero stati incentivati a concepirsi come imprese loro stessi, per cui il governo avrebbe promosso i loro interessi egoistici per arrivare alla formazione di una società civile che avrebbe perso la funzione borghese di controllo sull’attività del potere per diventare quello spazio nel quale i cittadini, ormai divenuti capitale umano, avrebbero trovato da soli un punto di equilibrio per una pacifica convivenza.

Questa idea di società era stata teorizzata dalla scuola di Friburgo e dalla rivista “Ordo” da lei fondata e la Germania, dopo la seconda guerra mondiale, prese su di sé queste coordinate ideologiche per dotarsi di una nuova legittimazione, nel momento in cui tutta la comunità internazionale non avrebbe permesso che il nuovo stato tedesco godesse di una forte sovranità politica.

La Germania, dunque, grazie alle teorie ordo-liberiste, concepì una nuova legittimità del proprio stato che non era più legittimità costituzionale e politica ma che diventò legittimità data dall’ordine economico e su quella basò la sua nuova sovranità post-nazista.

Ma a differenza delle teorie classiche del liberismo secondo le quali il governante non avrebbe mai dovuto intromettersi nelle questioni economiche, gli ordo-liberisti concepivano uno stato interventista per proteggere il libero mercato e la libera concorrenza, eliminando in questo modo la possibilità che si potesse formare una diversa idea di sviluppo o che il governo potesse essere ispirato a differenti visioni ideologiche.

Tutta la costruzione dell’Europa Unita è stata caratterizzata dall’adesione a questi principi costitutivi e l’azione programmatica si dirige, da anni, in due direzioni precise: lo svuotamento delle forme democratiche proprie delle nazioni e l’abbattimento dello stato sociale che le stesse nazioni europee costruirono dal dopoguerra in poi.

La UE dunque non vive di una egemonia tedesca ma vive di una egemonia economica che la Germania applicò per prima al proprio stato nell’immediato dopoguerra ed in nome di essa ha ideato un’Europa a propria immagine e somiglianza.

Le riforme imposte alla Grecia vanno tutte in quella direzione e si conformano da un lato per impedire che lo Stato, in quanto istituzione, possa regolare i processi economici e dall’altro per lasciare i cittadini senza alcuna protezione dai rischi che una volta rientravano nel campo di protezione che lo stesso stato assicurava.

Questo ordine economico viene imposto senza alcuna cura delle forme democratiche e con assoluto disprezzo per le forme di legittimazione popolare e viene promosso senza indugi anche a prezzo di una sostanziale macelleria sociale.

Oggi, nel giorno in cui il governo Tsipras ha capitolato di fronte alla prepotenza della Troika, nasce un nuovo quadro di contrapposizione politica con una nuova linea di demarcazione: da una parte chi inneggia ad una forma di governo senza stato, la UE, che asseconda i propositi espansionistici del neo-capitalismo finanziario e che immagina un mondo senza confini, nel quale il dominio è esercitato dalla libera circolazione dei capitali e da chi può permettersi di vivere in uno spazio illimitato, i ricchi e dall’altra chi protegge le nazioni, il loro territori ed il loro sviluppo sociale, nazioni nelle quali le classi deboli potrebbero ancora avere la possibilità di trovare forme e spazi di opposizione al pensiero dominante.

Consapevoli di questo nuovo quadro le Istituzioni Europee oggi hanno dovuto stoppare la formazione di una nuova sinistra che stava per espandersi nell’Europa meridionale, una nuova sinistra che ha posto la questione dell’identità come fattore fondamentale per la difesa delle classi subalterne e dello stato sociale europeo.

Hanno usato una tale violenza ed una tale fermezza con un fine preciso: chi comanda oggi nel mondo non darà segnali di cedimento e l’ordine economico vigente non ha alcuna intenzione di arrivare a mediazioni che possano mettere in crisi l’idea di progresso presentata come elemento aprioristico.

Non è più possibile, dopo la vicenda greca, concepire, quindi, un socialismo integrato con le strutture dell’Unione Europea, perché l’Unione Europea non concepisce una diversa lettura della realtà, che diventa realtà ad una dimensione e dove la dialettica democratica viene sostituita dalle imposizioni dei tecnici al servizio del capitale.

Riportare al centro del mondo la politica e ridare senso alla capacità degli esseri umani di pensare una società equa vuol dire difendere le nazioni e la loro sovranità politica e monetaria, proteggere una spesa pubblica con funzioni redistributive, ridare corpo alle istituzioni democratiche oggi umiliate dai tecnocrati del neo-liberismo, ripensare una società che dà corpo alla dialettica ideologica. In due parole riaffidare alle nazioni post belliche la costruzione di un’Europa che sia foriera di un progresso compatibile con una forte giustizia sociale e dove si possa concepire una società non più omogeneizzata dal modello dominante.

FERDINANDO PASTORE

 

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