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Il secondo tragico Veltroni

L'autoinganno cosciente del PDS

Molti compagni ricordano la relazione di Veltroni al convegno dei lavoratori e delle lavoratrici del PDS della fine del gennaio 99, durante il governo D’Alena, come il momento in cui la sinistra Ulivista, e con essa a scalare la stessa CGIL, ha assunto ufficialmente, in forma esplicita, una linea politica di supporto cosciente al neoliberismo abbandonando consapevolmente ogni residuo di cultura di classe e ogni sia pur moderata aspirazione ad una alternativa di sistema.

Credo che l’ingresso del PDS nell’ orizzonte del sistema fossa già avvenuto quantomeno dal 94, quando nessuna posizione critica venne assunta rispetto alla liquidazione dell’ ‘IRI, e successivamente rispetto alla privatizzazione del nostro sistema del credito fondato sulle tre grandi banche di interesse nazionale, di fatto a gestione parapubblica.

Comunque  è certo che quella conferenza sancì in forma collettiva la abdicazione totale del PDS, non solo alla storia del PCI, ma quel che era peggio, ed assolutamente imperdonabile, alla stessa logica che ispirava il modello economico delineato nella nostra Costituzione Repubblicana del ‘ 46.

In realtà fuori dalle polemiche politiche  è necessario mettere dei punti fermi nei nostri giudizi storico politici, necessari a comprendere i nostri compiti attuali.

Tutti gli elementi chiave del nuovo quadro economico, relativi ai nuovi processi di ristrutturazione capitalistica e ridefinizione del tessuto produttivo sulla base dei nuovi processi tecnologici, sono stati assunti nella seconda Repubblica dalla sinistra, che si pregia di definirsi riformista,

direttamente dalla vulgata di sistema come scontati dati oggettivi, senza lo svolgimento di alcuna valutazione critica alla luce di un quadro analitico del sistema complessivo che si andava determinando.

In particolare l ‘idea giustificativa di fondo della accettazione delle logiche dell’ ‘ impresa con il conseguente abbandono di un impianto di classe, per cui una gestione della flessibilizzazione generalizzata del mercato del lavoro, all’interno di una rigorosa logica di economia concorrenziale di mercato, peraltro chiusa entro livelli di contenimento alti dei deficit di bilancio pubblico a tenuta della stabilità del sistema monetario europeo, potesse portare ad un quadro di tendenziale piena occupazione, ha costituito una forma di autoinganno che ha posto tutta la sinistra riformista dei paesi sviluppati in una condizione di assoluta subalternità e di totale disarmo critico rispetto allo sviluppo dei nuovi rapporti sociali imposti dal sistema neo liberista a trazione finanziaria, subiti senza riuscire a comprendere la reale natura dei processi innovativi in atto.

Questi presunti assiomi di sistema sono stati posti a premessa di una linea politica che ha rinunciato ” ideologicamente ” ad ogni prospettiva di classe, andando a produrre il disastro a cui siamo arrivati.

E bene ripartire da quei buchi del ragionamento alla luce degli sviluppi successivi.

In tutto il ragionamento di allora ( fine 99 in pieno governo ulivista 96/2001, quello per intenderci che ne ha combinate di tutti i colori, dalla guerra in Jugoslavia alla Serbia fino alla riforma disastrosa delle competenze regionali e alla introduzione della Autonomia Differenziata ), non esiste, tra l’altro, alcuna menzione sul ruolo essenziale della leva speculativa finanziaria nella costruzione di una rendita diffusa che in tutto l’ occidente capitalistico avanzato è divenuto un propulsore decisivo dei consumi, in parallelo ai processi di deindustrializzazione.

Questa trasformazione strutturale del sistema Finanziario e Bancario da strumento di sostegno all’ investimento produttivo a sistema di creazione diretto di rendita diffusa di natura speculativa, favorita dai nuovi sistemi tecnologici e dalla deregolamentazione del sistema finanziario, e resa possibile dai movimenti liberi di capitale a livello globale senza barriere statuali, ha modificato il complessivo processo di creazione della ricchezza sociale.

Il nuovo mercato finanziario globale realizzato attraverso il sistema integrato telematico dei mercati borsistici, costruito sulla base della riunificazione dei mercati mondiali attorno alla centralità commerciale del Dollaro nel sistema economico mondiale, con la certezza della sua stabilità di valore a prescindere dall’incremento sistematico del deficit USA, ha realizzato una trasformazione strutturale del sistema economico globale, consentendo di colmare nei paesi ad economia sviluppata l’esaurimento tendenziale dei tradizionali fattori di crescita, ed alimentando in termini diversi, molto più fragili strutturalmente, e di natura essenzialmente monetaria, una rischiosissima continuazione della crescita, quantomeno fino alla crisi finanziaria del 2009.

Questa nuova dimensione del sistema finanziario e bancario ha costruito con il sistema del capitale multinazionale produttivo, con la protezione delle istituzioni monetarie globali ( FMI, FRD, BCE, WTO e Banca Mondiale), una sinergia simbiotica e integrativa in grado di governare le scelte di modello globali, se consolidando lo schema neoliberista come sistema regolatore dei rapporti sociali di tutto l ‘ Occidente sviluppato e di gran parte dei paesi emergenti.

In particolare la ricchezza prodotta dal ritorno diffuso sugli investimenti finanziari ha rappresentato, e costituisce tutt’ora, una forza enorme di sostegno per gran parte del nuovo terziario costruito, a partire dalla fine degli anni 80 inizio anni 90, sull’assorbimento in catene di costruzione del valore di tutti i campi ” esistenziali ” riguardanti la vita personale, ricreativa, intellettuale, psicologica, formativa ed interiore delle persone, che hanno portato a quella omologazione strutturale della coscienza sociale, che la cosiddetta sinistra liberal ha addirittura considerato una crescita antropologica, e che ha di gran lunga travalicato e totalizzato anche l’iniziale ipotesi di società ad una dimensione che si limitava alla sola estensione del processo consumistico ed alle sue conseguenze culturali di massa, ed in cui il lavoro ancora manteneva un ruolo centrale nel processo produttivo, e che, in ogni caso, implicava una crescita oggettiva del benessere materiale degli individui e delle famiglie, come conseguenza naturale del lavoro e del salario.

Pertanto non si può acquisire come un dato neutro o oggettivo la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro nel terziario e nelle strutture produttive accompagnata dal basso livello salariare, in una società ‘ in cui il prodotto della rendita finanziaria e dell’ indebitamento degli individui concorre in modo rilevante a sostenere i consumi, e conseguentemente tiene in piedi tutta la realtà economica che lavora a produrli.

Una società ‘ del genere è strutturalmente fragile, tendenzialmente stagnante al di là dei picchi e delle bolle speculative settoriali che scarica di volta in volta, ed  è caratterizzata pertanto da uno sviluppo produttivo in cui in moltissimi settori ( almeno la metà ‘ di tutto l’universo produttivo complessivo di beni e servizi ) il taglio dei costi del lavoro e delle sue rigidità ‘ diviene per certi versi anche ragione strutturale e condizione di esistenza.

Nello pseudo ragionamento della sinistra liberal ulivista e pidiessina manca volutamente una visione d’ assieme delle linee di indirizzo del sistema, e delle implicazioni dei processi di crescita fondati sui processi di globalizzazione finanziaria e commerciale, e quel che  è peggio dei suoi reali rapporti di potere.

 È in questo buco nero che destra e sinistra giungono ad essere intercambiabili, con la destra che a modo suo, pur rozzamente e in forma neoautoritaria, mantiene addirittura una maggior sensibilità ‘ verso la coesione sociale, rispetto ad una adesione assoluta della cosiddetta sinistra ” riformista ” ad un individualismo integrale del tutto in linea con lo schema dei rapporti sociali e civili del sistema liberista.

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