di Franco Bartolomei, coordinatore nazionale
La Lotta di Liberazione come grande atto collettivo di rilegittimazione democratica della nostra Unità Nazionale, e come riferimento di valori per un nuovo grande progetto di massa democratico, lavorista, pacifista e antiliberista.
Ad 80 anni dal 25 Aprile 1945, la celebrazione della vittoria della lotta partigiana contro l’invasore nazista e il fascismo repubblichino deve assumere necessariamente toni e aspetti analitici e riflessivi, che ci consentano di leggere e valorizzare correttamente la Resistenza alla luce del sistema di rappresentanze politiche che oggi governa il Paese, del modello sociale anticostituzionale che caratterizza i rapporti sociali e produttivi reali, dei processi autoritari che stanno minando il tessuto democratico del Paese e dei rischi di militarizzazione dell’Italia e dell’Europa, in base all’accettazione di una impostazione di scontro nei rapporti internazionali.
Quel grande movimento popolare e democratico, che ha costituito l’atto autentico e sostanziale di rilegittimazione democratica del Paese di fronte al disastro politico, sociale e militare prodotto dal fallimento totale del regime fascista, rappresenta sempre più, in tal senso, una lezione fondamentale per tutto lo schieramento di forze che vuole contrastare il quadro complessivo esistente, dando vita a un processo di autentica ricostruzione costituzionale del nostro Sistema-Paese.
La Resistenza e la lotta partigiana hanno rappresentato il punto di incontro culturale, morale e sociale – concreto, determinante e politicamente attivo – di alcune necessità ed esigenze ineludibili, fino a quel momento irrisolte, maturate nella coscienza sociale e nella memoria storica del Paese. Attraverso i fallimenti e le contraddizioni della sua storia unitaria, queste esigenze hanno attribuito al movimento resistenziale una capacità di rappresentanza unitaria e complessiva della coscienza nazionale, che è andata ben oltre le forze da esso effettivamente messe in campo, i territori in cui ha sviluppato la propria azione politica e militare, o le sue divisioni interne, fino a renderlo quel grande movimento unitario e nazionale, rappresentativo della volontà politica della grande maggioranza del Paese e della quasi totalità delle classi lavoratrici e subalterne, che ha costituito la forza decisiva di legittimazione sostanziale dell’assetto democratico e costituzionale della nuova Italia repubblicana.
La Resistenza è stata infatti forza di riscatto nazionale, di costruzione di una nuova classe dirigente unitaria e nazionale, capace di superare i limiti delle vecchie élite. Attraverso il progetto di democrazia sociale avanzata, si è realizzato un rapporto di alleanza tra classi subalterne e borghesia progressiva, all’interno del quale, in una logica di nuovo patto sociale, ha trovato terreno fertile il rapporto chiave del nostro sviluppo democratico tra classe operaia, masse contadine e classi intellettuali borghesi. In questo quadro è maturato in modo compiuto il rapporto politico e culturale tra le tre grandi culture democratiche della storia europea:
- La cultura marxista, con la forza rivoluzionaria e trasformatrice della sua critica economica e sociale, anticapitalistica ed egualitaria, e con la sua nuova decisiva impostazione di classe nell’interpretazione dei processi sociali, che ha portato le masse popolari sul terreno del protagonismo politico reale e diretto;
- Il pensiero cristiano, con la sua scala etica e valoriale, umanistica e tradizionale, alla base di tutta l’evoluzione antropologica del moderno Occidente;
- Il pensiero democratico, liberale e risorgimentale, di formazione borghese, fondato sulla Rivoluzione francese del 1789, con tutta la sua grande eredità giuridica e istituzionale di matrice illuminista.
Questa sintesi decisiva di valori sociali, aspirazioni morali, modelli culturali e progetti economici e strutturali, che il movimento resistenziale ha saputo realizzare, rappresenta tuttora la chiave di volta per la costruzione di un nuovo grande Fronte Popolare di autentica resistenza costituzionale, ancora in fase di costruzione, a cui noi tutti guardiamo come unico possibile progetto politico in grado di agire con forza sul terreno della contestazione delle politiche di riarmo dell’UE, della lotta per la pace, della difesa dei diritti dei lavoratori e del sostegno esplicito a nuove politiche economiche pubbliche, libere dai vincoli di bilancio, per la ricostruzione dello Stato sociale e del tessuto produttivo reale del Paese.
Comprendere appieno il senso politico della Resistenza e la sua attualità storica significa ricominciare a lavorare per rappresentare gli interessi delle classi subalterne, sulla base di una contestazione sempre più radicale del modello sociale liberista, ricostruendo sul terreno politico un punto di riferimento per una ripresa dell’iniziativa e della mobilitazione. Questo vale sia sul piano rivendicativo, sia sul terreno del riequilibrio dei rapporti di lavoro e delle politiche sociali, coinvolgendo tutto un grande fronte sindacale, in grado di riunificare dal basso, sugli obiettivi, il sindacato storico e il sindacalismo di base di classe, e di restituire rappresentanza, fiducia e prospettiva d’azione a tutto il grande e variegato schieramento di classe esistente nel Paese, che da tempo è protagonista di una progressiva uscita dall’impegno diretto.
La lotta resistenziale di un tempo trova quindi continuità assoluta nell’opposizione frontale ai moderni progetti politici liberisti, che attuano soluzioni istituzionali e normative autocratiche e repressive come strumenti di controllo di ogni conflittualità sociale alternativa alle regole di sistema, e come momenti di una complessiva strutturazione di forti livelli di ordine sociale e civile funzionali ai processi di militarizzazione delle società europee.
In questo senso diviene quindi decisivo costruire l’opposizione frontale, in Italia, al governo autoritario della destra liberista, padronale, filosionista e atlantista, e alle sue scelte economiche e sociali.
Dare continuità e organizzazione a uno schieramento di massa, sulla base di un disegno complessivo di smantellamento del modello liberista e dei suoi rapporti di potere – e soprattutto dei processi e dei sistemi di condizionamento esercitati sulle politiche nazionali dalla centralità degli interessi del sistema finanziario sovranazionale e multinazionale – significa ricostruire un modello sociale solidaristico e lavoristico, nuovamente centrato sul disposto costituzionale.
Allo stesso modo, sostenere una impostazione nei rapporti internazionali fondata su una concezione multipolare, sulla centralità dell’ONU e della cooperazione internazionale, sulla pace come regola globale di natura sistemica, e sull’indipendenza e libertà dei popoli, a partire dal sostegno incondizionato al popolo palestinese, aprirà nel tradizionale campo del centrosinistra contraddizioni tali da far saltare tutte le mediazioni che hanno finora tenuto in piedi il ruolo storico del PD come partito garante del sistema, rassegnato a gestire una subalternità strutturale degli interessi popolari alle logiche finanziarie e di impresa. Questo processo potrà riaprire a sinistra una partita che sembrava definitivamente sepolta, sul piano della sua alternatività al sistema nelle prospettive e nei contenuti dell’azione politica.
Si tratta, in conclusione, di costruire un progetto politico di massa alternativo, attorno ai quattro valori portanti del nostro progetto costituzionale, così come concepito nel vivo della lotta resistenziale:
- Il Lavoro, come valore sociale e struttura economica di riferimento;
- La Pace e il ripudio della guerra, come progetto immediato, derivante dal nuovo assetto multipolare;
- La Democrazia formale e sostanziale, e lo Stato sociale, come profilo strutturale della nostra intelaiatura istituzionale e statuale;
- La Solidarietà sociale, come tessuto costitutivo dell’etica sociale e civile della nostra comunità nazionale.
Questa riflessione sul rapporto tra le ragioni della Resistenza e la realtà odierna può dare concretezza al nostro progetto di costruzione di un grande Fronte Popolare antiliberista e lavorista, costituzionale e pacifista, capace di dare rappresentanza politica a una nuova, grande alleanza sociale per la ricostruzione del tessuto democratico del Paese, e di ristabilire la centralità del lavoro nei processi decisionali che determinano le scelte di modello.
Un nuovo Fronte Popolare che rappresenti, tra le masse popolari, una prospettiva di azione e di impegno radicalmente diversa da quella incarnata dal centrosinistra a guida PD, e che sia capace di cancellare il disastro politico causato dalle gravissime responsabilità di quest’ultimo nella gestione del sistema liberista della Seconda Repubblica.