Di Santo Prontera – PARTE TERZA

Fin dal suo inizio, il movimento operaio ha avuto come obiettivo della propria prassi la riduzione dell’insicurezza ed è su questa base che nelle masse si sono diffusi (si potrebbe dire “si sono innestati)” i valori della sinistra nominati sopra. Quei valori sono stati accolti in associazione con interventi che incidevano concretamente nella vita quotidiana. La credibilità e l’efficacia dei programmi a valenza empirica, in definitiva, hanno funzionato da ponte fra la quotidiana condizione dei lavoratori e i valori della sinistra. Questi, da soli, declamati retoricamente dalle belle intenzioni delle pance piene, sarebbero stati magari ben valutati, ma non avrebbero trascinato le masse.

Che cosa ha fatto la sinistra dando manforte all’irruzione del neoliberismo (dato che se la sinistra avesse sempre fatto la sinistra il neoliberismo non sarebbe passato)? Per mezzo di delocalizzazioni, attacchi ai livelli salariali, flessibilità, guerre allo Stato sociale, elevata disoccupazione e destrutturazione delle protezioni sindacali ha fatto precipitare il grado delle sicurezze delle masse lavoratrici, le quali pian piano si sono allontanate da chi –a pancia piena e con le sue sicurezze quotidiane- agitava retoricamente valori “di sinistra” (certamente nobili e belli, ma divenuti astratti e lontani nelle condizioni delle società neoliberiste).

Si è venuto gradualmente a determinare un contesto funzionale alle élite, allo strato dell’1 per cento, alle forze della finanza, ai ceti satelliti dei poteri forti. È un risultato ottenuto dai governi (anche “di sinistra”) che hanno chiesto e chiedono voti in basso per curare gli interessi dei ceti in alto. Si è creato un contesto in cui i governi si sono resi responsabili di devastanti politiche su scala planetaria e politiche di pseudo-aiuti all’Africa che hanno destrutturato la vita quotidiana e le prospettive di intere popolazioni, inducendole a migrare in massa.

In un simile contesto –alta disoccupazione, bassi livelli salariali, massima incertezza circa l’immediato futuro, …-, i nuovi venuti –i migranti- sono stati visti dalle masse come soggetti ostili, fattori di insicurezza perché concorrenti sul piano del lavoro (ossia sotto forma di esercito industriale di riserva), responsabili in buona parte delle loro peggiorate condizioni di vita. Il lavoro politico delle destre ha potenziato, non già creato, questa loro percezione.

La sinistra elitaria, nel conforto delle sicurezze di cui godono i propri esponenti, è corresponsabile di tutto questo marasma. Nel mentre toglieva sicurezza alle masse lavoratrici, ha continuato a sventolare i propri valori, pretendendo di avere ancora con sé le masse solo in virtù di questi.

Le pressioni della vita quotidiana hanno invece gradualmente portato altrove le masse lavoratrici. Esse hanno prestato orecchio a chi prometteva in concreto di ridurre le loro paure, il loro tasso di insicurezza nel presente e in prospettiva. Insomma, la destra –sia pure in termini strumentali- ha fatto ciò che un tempo faceva la sinistra. Per colpa dei progressisti astratti e parolai, e non già delle masse, queste ultime si sono orientate solo in base ai propri bisogni immediati e vitali. Hanno lasciato la sinistra, che non le rappresentava più, e si sono mostrate disponibili ai discorsi della destra, percepiti (a torto o a ragione) come più vicini ai propri interessi. Le masse non hanno rigettato i valori della sinistra. Hanno semplicemente scelto tra chi le invitava a una pratica di contemplazione assiologica, nel mentre le assoggettava agli interessi delle élite, e chi pareva promettere soluzioni concrete.

Insomma, il ruolo di “parte amica”, che storicamente era stato della sinistra, è stato assunto dalla destra (è un altro discorso il fatto che la destra lo faccia in modo strumentale e non per empatia).

Questo apparente spostamento delle masse (da sinistra a destra) è una novità? Assolutamente no. È accaduto ora ciò che tante volte è accaduto in passato. La storia è piena di “spostamenti” di questo tipo.

Qualche esempio.

La Rivoluzione francese è un esempio sia di uno “spostamento” effettivamente avvenuto sia uno “spostamento” scongiurato in anticipo. Le masse rurali seguirono la borghesia nella prima fase rivoluzionaria. Come dicono Furet e Richet, anche <<i contadini vandeani avevano accolto con soddisfazione le prime misure rivoluzionarie>>. Poi la Vandea insorse contro la Rivoluzione. Le cose non andarono dappertutto così. Vandea a parte, la borghesia ebbe con sé le masse rurali perché mostrò l’intelligenza politica di riconoscere loro i diritti dalle stesse reclamati circa la terra. Se non fossero prevalse le posizioni delle parti più aperte e disponibili di quella borghesia, la Francia sarebbe stata travolta da una Vandea generalizzata. Cosa che accadde puntualmente in Italia, dove fu fatta una scelta opposta.

Nel 1799, infatti, il cardinale Ruffo si tirò dietro le masse contadine del Sud forse perché queste anelavano difendere il trono dei Borbone? Balle di proporzioni sesquipedali. Allo scoppio della Rivoluzione francese e immediatamente dopo –dal Nord al Sud dell’Italia- le masse rurali avevano ben accolto la Rivoluzione. Prima che arrivassero le truppe francesi nel 1796, le simpatie per la rivoluzione risultavano <<abbastanza diffuse tra i contadini e il popolo>>. Le masse popolari volevano <<imitare la Francia>>. Poi –sempre da Nord a Sud- le masse si sollevarono contro le truppe francesi e le forze giacobine nazionali. Come mai? Erano forse impazzite? Furono piuttosto gli altri a barare al gioco. Le truppe francesi che giungevano in Italia sul finire del secolo non erano più le truppe di una rivoluzione liberatrice. Nel triennio 1796-1799 <<l’esercito francese aveva il compito preciso di vivere con il saccheggio e di depredare di ogni bene il paese conquistato. Ciò provocò la reazione non solo dei contadini ma della grande massa della popolazione>>. Si macchiarono di varie nequizie e finirono con il gravare pesantemente sulle magre risorse delle masse contadine, le quali puntualmente cominciarono a ribellarsi. E altrettanto puntualmente le truppe di Parigi cominciarono a sparare in un crescendo di causa-effetto che si autoalimentava.

E i giacobini italiani (non tutti, ma nella gran parte) che cosa facevano? Nel Sud negavano alle masse i diritti da queste vantati sulla terra in base a precise disposizioni di legge -prodotte dal pensiero illuminista napoletano-, le quali prevedevano la distribuzione delle terre demaniali ai contadini per creare un solido ceto di lavoratori autonomi, allo scopo di promuovere lo sviluppo economico e irrobustire la forza dello Stato. Le masse rurali, inoltre, vantavano vecchi diritti consuetudinari sulle terre comuni (da secoli esercitavano gli usi civici di fondamentale importanza per la sopravvivenza: diritto di semina gratuita ed altro), ma venivano scacciate da quelle terre, incamerate –usurpate– dai possidenti.

In quelle condizioni fu facile per Ruffo strumentalizzare le masse, lasciando loro intravedere un sostegno alle loro rivendicazioni. Come un fiume in piena, le masse capeggiate dal cardinale Ruffo spazzarono via tutto, consegnarono il trono ai Borbone, i quali poi gabbarono le masse e sterminarono i giacobini. Tutti costoro meritano umana pietà per la sorte che subirono, ma sul piano storico e ideale vanno divisi in due categorie: coloro che furono davvero innovatori (se fossero riusciti a prevalere, le masse avrebbero seguito loro, non già Ruffo) e coloro che assunsero posizioni estremamente astratte e penalizzanti rispetto ai bisogni e ai diritti delle masse rurali, mandando in tal modo in perdizione la Repubblica (quando questa adottò misure che in qualche modo potevano essere considerate positive era ormai troppo tardi).

L’esito di quello scontro, per come si venne a strutturare la situazione, era scritto nell’ordine delle cose. Ma anche le scelte delle masse -se lette con la loro rigorosa logica di sopravvivenza, e quindi senza paraocchi ideologici- erano scritte nell’ordine naturale delle cose: i contadini si rivoltavano contro chi li derubava e sparava loro addosso e si accodavano a chi mostrava di favorire le loro ragioni.

Il problema si ripropose pari pari qualche decennio più tardi.

Lo Stato unitario italiano esordì con un’enorme e feroce guerra civile, che –per distorsive ragioni ideologiche- si volle chiamare con un nome che non c’entrava per nulla: brigantaggio. Secondo i moderati, i briganti erano puri e semplici malavitosi. Giuseppe Massari (meridionale e membro del partito di Cavour), affermò che <<nelle campagne meridionali non si combatte una guerra civile>> perché <<i briganti sono masnadieri>>. Il Sud contava allora 1828 Comuni. Se ne ribellarono 1428. Il Sud era dunque una massa di delinquenti?

Secondo i moderati, però, i briganti erano anche altro. Combattevano per restituire il trono a Francesco II. In questo concordavano con i borbonici. <<A Torino –dice Tommaso Pedìo- si ravvisa>> nel brigantaggio <<un movimento legittimista e reazionario degenerato rapidamente in delinquenza comune>>. Insomma, i briganti combattevano per restaurare il trono dei Borbone. Era vero? E come mai le masse rurali, non solo in Sicilia, ma anche in Calabria, prima di ribellarsi ai piemontesi avevano dato un contributo determinante per consentire a Garibaldi di avere la meglio sulle forze borboniche? Senza le migliaia di contadini insorti, i Mille sarebbero stati sbaragliati dai 25.000 soldati borbonici presenti sull’isola. Il medesimo discorso vale per la Calabria. Garibaldi fu acclamato –dalle masse- in Sicilia, in Calabria, a Napoli. Se queste masse fossero state legittimiste e antiunitarie, avrebbero dimenticato di esserlo al cospetto di Garibaldi?

La realtà dei fatti è che quelle masse avevano il solito vecchio problema: quello della terra negata. Garibaldi varò in loro favore dei decreti in Sicilia e in Calabria (anche se vennero disattivati dai governatori “galantuomini”). Le masse rurali avevano comunque interpretato la sua presenza come l’occasione del loro grande riscatto sul piano sociale. Quando i moderati si impossessarono del potere, lo usarono apertamente e violentemente a sostegno dei ceti possidenti, che era uno degli obiettivi per cui erano scesi a Napoli. Si ponevano infatti non solo come baluardo contro la <<possibilità di […] sviluppi repubblicani>> della rivoluzione avvenuta del Sud, ma anche contro i suoi sviluppi<<sociali>>.

Allora come in precedenza, la terra venne negata ai contadini. Questi non vollero starci, i piemontesi li presero fucilate, i contadini risposero e fu guerra civile. Le masse rurali cominciarono a dire che il “Re galantuomo” era in realtà il “re dei galantuomini” (i possidenti borghesi). Si ricordarono che i Borbone (per varie ragioni) qualche volta li avevano difesi dalle pretese dei galantuomini e, dopo aver combattuto la dinastia borbonica all’epoca di Garibaldi, si schierarono con le bianche bandiere gigliate, che avevano appena combattuto. Dal grido di “Viva l’Italia” passarono a quello di “Viva Francesco II”. C’erano effettivamente valori legittimisti? Certo che no. La ratio che animava le masse rurali era sempre una: quella connessa ai problemi della vita quotidiana.

Ma non erano incoerenti queste masse meridionali che passavano in poco tempo da una bandiera all’altra? In realtà, la bandiera delle masse era stata sempre la medesima, quella relativa ai fattori della sicurezza di carattere primario: le proprie condizioni di vita.

Questo vale per le masse del Sud e per quelle del Nord.

Queste ultime avevano combattuto per l’Italia nelle “Cinque giornate di Milano”, ma guardavano in cagnesco i loro “signori”, i possidenti. A tal proposito dicevano: <<Se i ricchi, che già ci stringono i panni addosso negli affitti, avranno altresì il diritto di far leggi, potranno stringerceli addosso ancora più arbitrariamente ed impunemente: ci convien nominare un re, il quale, dettando le leggi e facendole rispettare, protegga un pochino i nostri interessi, e metta un argine alla cupidigia dei ricchi>>. E pensarono di fare la cosa giusta votando in massa per Carlo Alberto nel plebiscito che aveva per oggetto l’annessione della Lombardia al Piemonte. Restarono, però, subito deluse, anche perché quel re era soprattutto il re dei loro signori. Si videro costrette a protestare <<contro le nuove misure finanziarie, ritenute ingiuste, e contro gli abusi della truppa>> e <<quando nei mesi di giugno e luglio venne esteso l’obbligo della coscrizione, i contadini finirono con l’opporsi sempre più a questa guerra “dei signori”>> e dal voto a favore di Carlo Alberto passarono al grido di “Viva Radetzky!”>>. Erano tornate indietro. L’<<iniziale entusiasmo>> si era tramutato in grave <<distacco […] dalla rivoluzione>>. I contadini fecero marcia indietro perché, perse le speranze riposte nel nuovo regime, si ricordarono che l’Austria <<spesso li aveva difesi dalle prepotenze dei signori>>.

Come si vede, da Nord a Sud troviamo la medesima ratio.

Erano incoerenti quelle masse? No. I ceti popolari, dice Gaetano Salvemini, si muovevano <<sotto l’aculeo delle loro sofferenze immediate”. Seguivano la medesima logica -estremamente rigorosa- delle masse di oggi.

È una ratio che non viene compresa da chi, vivendo rispetto alle masse popolari in una comoda situazione di asimmetria esistenziale, –come la sinistra salottiera o comunque retorica-, non ha bisogno di destreggiarsi tra i problemi della sicurezza primaria e può permettersi il lusso di orientare la propria attenzione solo sui grandi valori etico-politici.

È accaduto anche in passato. Durante la Rivoluzione francese, in un manifesto di critica popolare contro i borghesi rivoluzionari che -non riuscendo a immedesimarsi nelle condizioni delle masse- non tenevano conto delle vitali esigenze delle stesse, venne scritto quanto segue: <<Il popolo sa che nelle assemblee popolari gli oratori che arringano e snocciolano i loro bei discorsi mangiano a sazietà tutti i giorni>>.