Di Santo Prontera – PARTE QUARTA

Torniamo al punto di partenza, ponendoci una domanda: “Le masse che votano a destra, per timore-ostilità verso i migranti, sono diventate di destra?”. Le masse non hanno cambiato natura e si servono della stessa bussola esistenziale di sempre. Si orientano in base ai loro eterni bisogni vitali. È in realtà la sinistra ad aver cambiato natura, difendendo politiche ostili ai ceti che storicamente aveva difeso.

La destra finge di dare risposte alle paure e alle insicurezze e talvolta le alimenta sul piano mediatico per camparci sopra. Ma, a tal riguardo, che cosa fa la cosiddetta sinistra? Persa nelle sue astrattezze e presunzioni e divenuta in termini di fatto la voce dei ceti dominanti, si limita a minimizzare o addirittura negare i problemi che travagliano le varie fasce sociali che costituiscono il mondo del lavoro. Ma in tal modo, il confronto con la destra è una partita persa. Per quella via, non si risolvono i problemi e non si esorcizzano gli stati d’animo generati dalle condizioni di insicurezza (sempre reali, anche se talvolta ingigantiti dal lavorio politico-mediatico). In un recente libro di Luca Ricolfi vi sono vari punti non condivisibili, ma se ne trovano altri di carattere innegabilmente oggettivo. L’autore fa una semplice fotografia dello stato di cose reale quando afferma che la sinistra ufficiale è diventata <<strutturalmente incapace di riconoscere la legittimità>> della <<domanda di protezione che sale dai ceti svantaggiati>>, i quali, spinti a rivolgersi altrove, hanno dato vita a quelle ribellioni che vengono definite populismi di destra o di sinistra.

Di fronte all’epocale dramma umano dei migranti, che viene vissuto come minaccia e problema dalle masse, la sinistra sventola le bandiere di nobilissimi valori, ma, contrariamente a quello che fece il socialismo agli inizi, in mano non reca anche una coerente bandiera programmatica, non prospetta soluzioni concrete con cui dare serie risposte sia al dramma dei migranti sia ai timori delle masse che vivono nei Paesi di sbarco.

Insomma, la sinistra propone puri valori, senza agganci con i problemi e la realtà –anche emotiva- della vita quotidiana delle masse. Non vengono date risposte concrete, di carattere primario, a cui quei valori possono poi essere associati. In questo panorama, la divaricazione tra sinistra e masse è inevitabile. In tal modo si lascia un vuoto politico che viene inevitabilmente colmato da altri.

La sinistra e la destra evitano di porsi in termini operativi una domanda di cruciale importanza: “Perché i migranti fuggono dai propri Paesi?”. Che non se la ponga la destra è un fatto normale. Che non lo faccia la sinistra è invece assai grave.

I migranti non scappano per spirito d’avventura o per soddisfare curiosità di vita. Queste motivazioni sono sempre appartenute a piccoli gruppi, non a intere popolazioni. Fuggono per due ragioni fondamentali:

a) le politiche neoliberiste praticate da circa quattro decenni dai Paesi sviluppati e sistematicamente silenziate o distorte dai mass media; esse -creando conflitti bellici, gravi squilibri ambientali e grandi dissesti economico-sociali a livello planetario, e in particolare nel continente africano, causano i grandi flussi migratori verso i Paesi europei.

b) pseudo “aiuti” che spesso peggiorano il dramma, come ha messo in evidenza l’economista Dambisa Moyo (nel testo “La carità che uccide”, l’autrice propone analisi condivisibili; altra cosa sono le sue proposte su altri temi avanzate in altro luogo).

Due dati di fondamentale importanza sono i seguenti: l’Africa ha ora un miliardo e duecento milioni di abitanti; in un arco di tempo relativamente breve, ne avrà circa due miliardi.

Che cosa ne scaturisce? Se nulla cambia nei Paesi di partenza, la pressione migratoria diventerà sempre più intensa. Tra l’inedia o le persecuzioni da una parte e il rischio dall’altra, di norma le masse e gli individui scelgono il rischio. Di fronte alla pressione che ne deriverà, non ci saranno politiche di contenimento in grado di reggere l’urto. Queste politiche costituiscono un fallimento annunciato, anche se alle destre ora fruttano tanto dal punto di vista elettorale perché sembrano risolutive. E sono necessariamente fallimentari –e per giunta elettoralmente perdenti in quanto viste come “nemiche” dalle masse- anche le politiche di accoglienza prive di adeguate soluzioni a monte, capaci di intervenire alla radice del problema.

Benché siano intrinsecamente fallimentari, perché incapaci di dare effettive risposte al problema, nel discorso pubblico di oggi campeggiano e si scontrano proprio queste due posizioni.

Quella doverosamente e necessariamente accogliente, esprime un atteggiamento eticamente nobile nell’immediato, ma non fa altrettanto in rapporto al futuro, dato che –per conservare la nobiltà etica- è doveroso attivarsi per evitare che il dramma sia senza fine o si aggravi. Questa posizione non si pone domande né in rapporto alla sostenibilità sociale -nel lungo periodo- di un’accoglienza continua, senza riguardo circa la durata e l’entità dei flussi, né in rapporto alla sostenibilità politica del fenomeno, date le sue ricadute sull’atteggiamento del mondo del lavoro, per le ragioni già dette. Essa costituisce una risposta chiusa nel presente, che soddisfa la coscienza morale di una parte della società di approdo, ma non si raccorda né con gli interessi dei Paesi di partenza –disarticolati e impoveriti dalle ragioni che generano le migrazioni- né con le esigenze delle classi lavoratrici dei Paesi d’arrivo, che si sentono vittime designate del fenomeno migratorio, da loro giudicato come giovevole solo per le élite. Questa posizione, in definitiva, nulla dice e propone circa le radici del fenomeno e la sua effettiva soluzione. Per le ragioni già menzionate, sul piano del consenso tra i lavoratori, nell’attuale contesto neoliberista, questa proposta risulterà sempre perdente di fronte alla politica della chiusura.

Dall’altra parte, in antitesi alla predetta posizione, c’è la politica dei porti chiusi. Essa nega alla radice gli aspetti migliori della civiltà europea e nel contempo non costituisce una soluzione perché, come già notato, di fronte a flussi migratori continui e di entità crescente, le politiche di chiusura sono destinate a perdere la sfida. A meno che l’Europa non voglia gradualmente trasformarsi in un luogo di discriminazione sempre più intensa, con esiti che la riportano verso le zone buie del suo recente passato.

Accoglienza pura e semplice e politica di chiusura rappresentano dunque entrambe delle soluzioni illusorie, ma sono le sole a competere per il consenso e quella di destra riscuote i maggiori consensi.

Di fronte all’afasia della sinistra e di quella che fu la sinistra, o alle soluzioni attualmente da esse proposte, che tuttavia non possono reggere nel lungo periodo, le conseguenze che si prospettano –con la prevalenza della politica di chiusura- sono estremamente serie: un regresso di civiltà. È questo il rischio che corre l’intero continente se finisce sempre di più in mano alle destre e alle politiche che sono loro più congeniali, ossia quelle repressive e dell’esclusione.