I demoni della nuova egemonia culturale

Da "direzione intellettuale e morale" a regno dei salotti e satrapia dei privilegi

di Stefano Pierpaoli

La questione dell’egemonia culturale ha assunto, soprattutto in quest’ultimo periodo, un rilievo di straordinaria centralità all’interno di un dibattito generale ormai biecamente sottomesso alla polarizzazione da pollaio tipica delle nostre classi dirigenti.
Questo è “casualmente” avvenuto nel tempo delle ricomposizioni di vertice e dello stucchevole minuetto sulle nomine che siamo costretti a seguire ogni giorno.

Ci riferiamo naturalmente ai territori (di conquista) che riguardano in particolare il riassetto delle istituzioni culturali e dei media (RAI).
L’argomentazione, a dispetto del dotto attributo che la contraddistingue, costituisce un esempio lampante della miseria intellettuale che troppo spesso alimenta i parolai dei nostri palcoscenici mondani.

I nostri cari e salottieri “maître à penser” dovrebbero tener conto che egemonia culturale è un concetto coniato da Antonio Gramsci il quale però non si riferiva alle lottizzazioni della RAI e nemmeno alle investiture partitocratiche per le direzioni teatrali. Ci permettiamo sommessamente di segnalare che il suo era un ragionamento leggermente più ampio ed è un’operazione quanto meno ardita accostarlo alle squallide pratiche degli incarichi.

Provocatoriamente diciamo che tutti avremmo il diritto di sognare una società in cui si determini un’egemonia culturale, laddove però la cultura stessa si fosse appropriata del suo ruolo originario e nobile di formare coscienze sagge, libere e sapienti. Purtroppo o per fortuna si tratta di uno scenario mai avvenuto nella storia dell’umanità e, guardandoci attorno, possiamo dire di essere molto distanti da un simile traguardo.
Per evitare il caos semantico, e anche ideologico, sarebbe quindi più stimolante ragionare, stavolta sì in una dimensione gramsciana, sull’egemonia economico-finanziaria che condiziona la cultura e, perché no, sull’egemonia mediatica che la soffoca.

Nessuno pensi però che stiamo sfuggendo ai gustosi e molteplici impulsi che questa bizzarra polemica offre a tutta l’opinione pubblica.
La fantomatica dominazione viene arbitrariamente attribuita alla Sinistra (in assenza di sinistra) perché considerata, in sintesi, l’entità capace di inglobare il senso dell’offerta, di indirizzare contenuti e assoldare figure professionali.

La prima annotazione che andrebbe posta in risalto va dedicata al perimetro cronologico entro il quale questo influsso autoritario avrebbe cominciato a esercitare il suo potere.
Tanti anni fa e in molti istituti scolastici, la Rivoluzione Francese era ricordata soprattutto come espressione di un gruppo di esaltati che avevano solo dato vita al periodo del “Terrore”, gli Arabi erano descritti come una civiltà sanguinaria e obbediente a un testo – il Corano – che incitava unicamente all’uso della spada e, dulcis in fundo, nella Seconda Guerra Mondiale l’Italia, con l’armistizio, aveva tradito il patto con i fedeli alleati tedeschi.

Possiamo perciò tirare fuori il comparto istruzione, dal computo delle zone di egemonia sinistrorsa.
A questo va aggiunto che per la maggior parte delle discipline artistiche risulta impossibile un’attribuzione a specifiche targhe politiche.

Restano giocoforza i due settori di maggiore diffusione: televisione e cinema. Sono questi necessariamente i teatri di scontro su cui si svolge la disputa paranoide tra opposte fazioni e il motivo è abbastanza evidente: questi due enormi segmenti produttivi e distributivi, poi vedremo di quali mercanzie, coinvolgono milioni di cittadini e soprattutto muovono miliardi di euro.

Parlando di RAI bisogna fare però un ulteriore passo indietro
Vogliamo esser certi che il Ministro Sangiuliano, quando ha detto: “basta con l’egemonia culturale della sinistra”, non si volesse riferire a “Lascia o Raddoppia”, a “La Posta di Padre Mariano” e neanche a “90° minuto”. Potremmo continuare con molti altri esempi che confermerebbero la totale assenza di un qualsivoglia bolscevismo televisivo dagli albori della RAI fino agli anni 70.
Crediamo quindi che questa ardente denuncia sia più legata al corrispondente trentennio cinematografico, durante il quale il nostro Paese divenne avanguardia e punto di riferimento assoluto per la cinematografia mondiale. Segnaliamo che nello stesso periodo eravamo capofila come numero di spettatori arrivando a 800 milioni di presenze nell’arco di un anno.

Nell’analisi, anche filologica, di quel tempo fertile e stimolante per la fruizione attiva e passiva di cinema, non deve essere dimenticata la base strutturale e tecnologica ereditata da figure illuminate, che pur sottostando a un regime autoritario, avevano creato nel ventennio i fondamenti efficienti per realizzare pellicole che sarebbero rimaste nella storia.
In quell’ambito crebbero comunque autori che avevano conosciuto gli orrori della guerra e del Fascismo e che, sulle ferite di quelle drammatiche esperienze, avrebbero raccontato un’Italia che rinasceva dalle macerie di un gigantesco disastro umano e sociale.

Lo avrebbero fatto con gli occhi saggi di chi ha conosciuto la fame e la paura. Avrebbero scritto sceneggiature, diretto regie e interpretato ruoli con lo spirito critico e severo anche nei confronti dello stesso Partito Comunista, senza alcun timore delle immancabili ritorsioni che da Botteghe Oscure sarebbero arrivate. Esistono esempi innumerevoli che testimoniano la loro capacità di restare liberi e indipendenti.
Di questa immaginaria egemonia non si avvertiva nessun influsso, tanto è vero che la stessa Democrazia Cristiana, a parte un utilizzo spesso eccessivo della censura, non sentì mai il bisogno di alzare polveroni rozzi o strumentali come si sta facendo ora. La DC non temeva la satira e non soffocava il dissenso artisticamente espresso. Spesso addirittura lo sosteneva.

C’è infine un aspetto che frantuma definitivamente le ridicole ricostruzioni sulla cultura di sinistra che impedisce alternative ed è un parallelo storico e politico con la vicina Francia.
Anche lì esisteva l’universo altrettanto vivace di un cinema in grande espansione ed era animato in molti casi da personalità dichiaratamente di destra, da Melville a Godard (che, va detto, dopo il 68 cambiò casacca). La differenza, non marginale, è che da quelle parti c’era un certo Charles De Gaulle, fondatore della V Repubblica Francese e di una destra moderna, legittimamente conservatrice e profondamente democratica. Una destra emancipata che poteva e sapeva fungere da riferimento per intellettuali e artisti in quanto scevra da penose nostalgie e libera da misere sovrapposizioni.

Non come da noi, dove uno sterile manipolo di ex-fascisti fuori dalla storia, restava abbarbicato sull’attesa di creare nuovi mostri. Una cornice francamente troppo squallida per immaginare una prospettiva culturale capace di slanci culturalmente vivaci.
È chiaro quindi, che se in Italia si fosse manifestata una qualche egemonia di parte, essa non poteva che appartenere a partiti politicamente significanti e non certo al MSI. Oltretutto, e sempre nel caso questo fosse avvenuto, la storia ci dimostra ampiamente che si è trattato di egemonia espressiva e artistica di assoluto valore.

I mostri in effetti sarebbero arrivati ma non per responsabilità di Almirante & Co

All’inizio degli anni 80 implose un sistema e con esso saltarono i paradigmi di una proposta culturale che era capace di rappresentare anche la militanza sociale identitaria. Lo spessore intellettuale che aveva favorito un’architettura di crescita collettiva su un piano di curiosità e desiderio culturale, venne soppresso e sostituito dall’ansia della visibilità e del tornaconto individuale. Si dissolse di fatto un humus autoriale e creativo, polverizzando l’ecosistema di tutta la produzione artistica in una miriade di monadi autoriferite in cerca di un approdo per accasarsi.

È questo l’anello di congiunzione che ci aiuta a interpretare il presente e a ragionare sulle fantasiose egemonie agitate dal vento dell’ignoranza.
Sono gli anni nei quali scompaiono molti protagonisti delle avanguardie. Altri si infiacchiscono subendo lo svilimento dell’agone politico e i mutamenti al ribasso delle classi dirigenti. In tanti, i più colpevoli, si adeguano allo stato delle cose smarrendo tutto il vigore dei loro primi lavori.

Rapidamente muore l’arte, muore la politica e la cultura diventa altro.
Esce totalmente di scena la Sinistra e, grazie all’ammaestramento televisivo, si modificano i gusti degli Italiani non certo in una direzione di raffinata crescita culturale.

Del resto la TV, per sua stessa natura, deve offrire uno spettacolo per lo più didascalico e semplificatorio e rispettare in tal modo le regole dell’intrattenimento. Si è parlato anche troppo di “un cavaliere” che gestiva il nuovo messaggio massificante esaltandone il profilo ma bisogna dire che la sedicente sinistra, dagli anni 90 in poi, ha aderito serenamente a quel modello e ne ha introiettato i valori.
Sul versante adiacente, il cinema ha cominciato a utilizzare forme e linguaggi sempre più televisivi, adattandosi alle regole di un mercato che chiedeva audience e poteva contare su un pubblico ormai uniformato a un tipo di offerta unica e totalitaria.

La fase in cui si affaccia un’egemonia spietata e distruttrice è esattamente questa ma definirla di sinistra non è solo una scemenza ma è la manifestazione definitiva che si è persa ogni bussola intellettuale e ideologica che permetta di interpretare la storia aldilà degli slogan.
Il cinema e la televisione sono stati gli strumenti più incisivi del neoliberismo in un processo degenerativo che, tra gli altri tremendi danni, ha addestrato le coscienze per accogliere il migliore dei mondi possibili: Internet.

Il neoliberismo non va per il sottile. Ciò che prima era espressione artistica diventa solo un qualcosa da vendere, funzionale alla formazione di un pubblico allineato.
Il bacino di controllo, che continuiamo a definire cultura, è in realtà il supermarket in cui si mercificano masse popolari. Un immenso emporio, gestito da centri di potere e usato per instaurare un modello di dominio globale.

Il Web, per come lo stiamo vivendo, è l’apparato autoritario più scientifico, implacabile e totale di sfruttamento delle masse che sia mai stato creato.
Opprime rendendoti soddisfatto. Ti annulla facendoti sentire importante. Ti reprime mentre credi di esprimerti liberamente. Ti ritieni informato in un gorgo alienante di notizie e mentre scrivi (al massimo 20 parole), diventi merce sul banco del padrone. Il sottoproletariato culturale, ormai di sconfinate dimensioni, è stato determinato. L’egemonia è compiuta.

Le semplificazioni propagandistiche che stiamo ascoltando dal povero drappello di burocrati che si azzuffano per piazzare l’amico in qualche direzione, sono un cibo guasto distribuito da servi sciocchi che hanno l’ordine di avvelenarci.
C’è l’urgente bisogno di una sinistra attiva e coerente, l’unica forza che può parlare di egemonia con il coraggio politico e intellettuale di descriverla nella sua forma più vera e devastante.

Perché un’egemonia indubbiamente esiste ed esercita forme di condizionamento mai realizzate prima. È uno sterminato impianto di dominio finanziario che cancella la politica rappresentativa, controlla gli esecutivi dei governi e determina gli indirizzi sociali. Ovviamente possiede anche l’immediata facoltà di imporre una cultura alla quale tutti devono obbedire e sono modelli che, come stiamo purtroppo vedendo, aumentano disagio e disuguaglianze. Lo sanno bene i nostri giovani, le nostre famiglie, i luoghi in cui viviamo.

Esistono per fortuna molte isole felici ma le nostre città stanno ansimando. Roma è il caso emblematico a causa di un gruppo di potere che si è inchinato al degrado. L’ultimo sindaco di sinistra che ha avuto si chiamava Ugo Vetere e sono passati 40 anni. Nel frattempo egemonia c’è stata, c’è ancora, ma non è certo di sinistra. La Sinistra non c’è da troppo tempo ed è insensato incolparla di questo vortice infernale che ingoia e annienta le coscienze.

La risposta migliore ai cialtroni che frignano su sovrastrutture immaginarie sta tutta nella ricomposizione di un tessuto culturale di libera espressione in un’area ampia di innovazione e di prospettiva. Di militanza sociale.
Il progressismo fasullo e ruffiano del PD e delle altre forze a esso complementari, ha compilato il certificato di morte della sinistra e lo ha fatto attraverso gruppi dirigenti di oscuri faccendieri. Sono loro (Bersani a parte) ad aver assemblato la macchina del potere attraverso una rete fatta di bandi, nomine e finanziamenti a pioggia.

Ma sia chiaro, le donne e gli uomini di sinistra sono totalmente fuori dal meccanismo disgustoso che è stato messo in atto.
Ci riferiamo alle tante persone e alla miriade di piccole realtà che saprebbero ben contrastare questa deriva, anche quella digitale, con un lavoro politico-culturale di elaborazione e di intervento completamente estraneo a ogni desiderio di dominio.
È un tempo buono per rilanciare un’idea di società in cui non doversi più proteggere dai tiranni della cultura.
C’è un buon vento che arriva soprattutto dai più giovani.

È una brezza che potrebbe non durare a lungo. Muoviamoci in fretta.