Fra Tarda Antichità e Postmoderno

Radiografia della fine degli imperi

di Gaetano Colantuono

Tradizionalmente le classi colte europee – dall’Umanesimo all’Ottocento – avevano dato della fase finale dell’impero romano (d’Occidente; quello d’Oriente era stato “orientalizzato” sotto la denominazione di bizantino con un sotteso valore connotativo) una visione fortemente connotata in senso deteriore: decadenza, declino, caduta, imbarbarimento, in poche parole: una catastrofe i cui effetti erano durati un millennio circa. Indubbiamente esse proiettavano su quelle vicende – all’incirca fra la “conversione” di Costantino e la deposizione di Romolo Augustolo – aspettative, timori, istanze di classe: se l’uomo romano, con le sue (presunte) raffinate movenze comportamentali e culturali, era l’antecedente del dotto cortigiano o dell’esponente della benpensante borghesia cittadina, i cosiddetti barbari e le classi popolari seguaci del cristianesimo originario con i loro stili di vita degradati e degradanti erano gli antenati delle classi lavoratrici urbane, delle popolazioni contadine e dei popoli colonizzati naturaliter sottomessi. Un poeta a suo modo codificò questa visione in chiave simbolica, componendo un verso divenuto celebre “Je suis l’Empire à la fin de la décadence” (Verlaine, Langueur). Una parte delle nascenti organizzazioni operaie fece propria una tale analogia in senso opposto e nacque un filone della pubblicistica socialista – da Kautsky a Prampolini e oltre – che immaginò un Gesù primo socialista e i primi cristiani come protocomunisti.

Il superamento di tale visione tradizionale avvenne a partire da studiosi attivi nella Vienna di fine impero – che così si conferma una fucina straordinaria di vicende e tendenze culturali, pari forse solo alla Firenze medicea o l’Atene periclea, la cui eco si mantiene ancora attuale (basti qui il richiamo all’austromarxismo da rilanciare) – quando Alois Riegl decise di rileggere le forme artistiche del “basso Impero” secondo la categoria di “volontà artistica”, come differenziazione e non regressione rispetto ad uno standard precedente a sua volta soggetto a trasformazioni nel Mediterraneo ellenistico-romano. Nel corso del Novecento spetterà alle generazioni di studiosi formatisi nel corso di due conflitti mondiali e nell’opposizione al nazifascismo riprendere l’intuizione e impostare diversamente la questione: nascerà allora la categoria storiografica di Tarda Antichità, indipendente e via via più espansa e frastagliata, tale da abbracciare la fase che va dal II secolo a Maometto o Carlo Magno. Epoca per eccellenza di incessanti crisi e trasformazioni, fase di contraddizioni da analizzare dialetticamente, essa diveniva un laboratorio politico-culturale per rielaborare la propria contemporaneità. Caso lampante i giudizi discordanti da sempre sulle conseguenze dell’editto di Caracalla con cui si concedeva la cittadinanza a quasi tutti i liberi residenti nei confini imperiali. Altro esempio significativo: con il declinare di una storiografia di impianto marxista, sin dalla fine del secolo scorso, si è assistito ad un parallelo venir meno – quasi una dissolvenza – del tema della schiavitù. Sottaciuti nella documentazione antica, essi tornavano a essere ignorati in larga parte della storiografia contemporanea di ispirazione “scientifica” ossia neoliberale, manco fossero – si scusi l’intemperanza – gli antecedenti del popolo palestinese in un’ottica filosionista: esseri animati dotati di voce, sì, ma non pienamente umani. Instrumenta vocalia nell’etica schiavistica antica, mute figure nella storiografia contemporanea amorale.   

Il rilievo politico-culturale della Tarda Antichità torna forse utile in questo scorcio iniziale di secolo. Per le classi dirigenti occidentali, nel loro breve ma intenso apogeo, il paradigma antico a cui conformarsi è stato alternativamente quello dell’Atene periclea (ossia dell’imperialismo democratico) e della Roma augustea (la pax augustea come fine necessaria della storia, ossia modello della pax americana): mediante una consueta traslatio imperii entrambi i riferimenti nobilitanti sono proiettati sugli edifici neoclassicheggianti di Washington. Secondo tale impostazione, nelle aziende high-tech della California novelli Fidia e Virgilio si danno a costruire sistemi informatici sempre più performanti; i consigli di amministrazione delle grandi corporazioni si comportano come Senati transnazionali; le redazioni dei media di regime come i diversi cenacoli del potere sul modello di quello messo su da Mecenate. Eppure il loro spauracchio è inevitabilmente una nuova Tarda Antichità, dove le masse arabo-islamiche, le popolazioni diseredate del Sud del mondo (liberate da subélite corrotte e cooptate) e i dissidenti interni dell’Occidente (i no-global, i neosocialisti…) sono i nuovi barbari alle porte che minacciano il “giardino ordinato” delle loro istituzioni liberali ossia dei loro privilegi di classe.

In quest’ottica, la Tarda Antichità sta al multipolarismo e al post-non si sa che cosa (mia trascrizione dei dibattiti su Postmoderno e Postcolonial studies) – con tutte le sue contraddizioni – come l’Atene classica o la Roma di Augusto sta all’unipolarismo e al Washington consensus. E non pochi potrebbero aver notato che quest’ultimi modelli siano stati in auge anche come miti fondativi dei regimi nazifascisti. Perché, a volerla dire tutta con Brecht, il discrimine per noi socialisti non la fa la capacità di scrivere pregevoli poemi epici in metri endecasillabi né l’erezione di templi rinomati con statue di oro e avorio ma il comprendere quali forme di sfruttamento (o estrazione di valore-lavoro, per i più raffinati) di quali classi sociali hanno consentito tutto questo e perché gli schiavi e le classi popolari insieme non siano stati in grado di rovesciare quel mondo diseguale. Ieri come oggi.  

Gaetano Colantuono