Di Alberto Benzoni

 

Il caso italiano del debito pubblico:
Il concetto di peccato originale, ossia di un macigno che grava su tutti noi per una colpa commessa anni fa (quanti non lo sapremo mai, diciamo moltissimi) da Adamo ed Eva è duro da capire e da accettare. Anche se a rassicurarci c’è la Chiesa e la sua promessa di possibile redenzione attraverso la fede e le opere. Deve, allora, o comunque dovrebbe sconvolgerci non poco il riemergere del concetto del peccato originale nel campo, tutto mondano, dell’economia e della politica sotto forma di condanna senza appello e senza possibilità di redenzione dei comportamenti dei popoli e degli stati.

 

Stiamo parlando dell’Italia e del suo debito pubblico. Un debito, se laicamente considerato, normalmente gestibile. Come ci ricorda, a suon di numeri, Vera Zamagni (nella sua “L’economia italiana nell’età della globalizzazione”): primo, ricordandoci che il debito complessivo, pubblico e privato, è, esclusa la Germania, leggermente più basso rispetto a quelli di altri paesi di più antica industrializzazione; secondo, che il dislivello tra il nostro debito pubblico e quello degli altri si è drasticamente ridotto negli ultimi quindici anni; terzo, ma non certo ultimo, che la brusca impennata dell’ultimo decennio (dal 100 al 132% del Pil) non è certo dovuta all’irresponsabilità finanziaria dei nostri politici ma ad una grave recessione economica che proprio la rigidità delle regole dateci dall’Europa ci ha impedito di contrastare efficacemente.

Il guaio è però che la visione dei nostri controllori europeisti non ha niente a che fare nè con l’etica cattolica nè con con la razionalità laica. Qui il debito non è una colpa antica ma sanabile, nè un problema da risolvere in un arco di tempo e con strumenti definiti. E’ piuttosto l’immagine indelebile di una predisposizione esistenziale alla scorrettezza e al raggiro che deve essere tenuta a freno in ogni possibile modo. Anche con la spada di Damocle del debito da pagare. Razionalmente, anzi realisticamente parlando sarebbe nell’interesse generale chiudere la partita con un compromesso accettabile da tutti, riconoscendo, conseguentemente, qui e oggi, all’Italia i margini di manovra necessari per ripagarlo.

 

Ma nell’etica neo calvinista dei nostri controllori consentire una qualsiasi flessibilità, tanto più se polemicamente rivendicata, sarebbe nè più nè meno un incoraggiamento a proseguire sulla strada del vizio. E lì la funzione del debito non sta nella necessità di essere estinto, ma di rimanere lì per sempre per ricordarci le nostre colpe ed i limiti di una libertà che rimarrà sempre una libertà vigilata.

Constatiamo, per inciso, che per le nostre èlites tradizionali questa servitù è anche una servitù volontaria. Ma per fermarci subito dopo…