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Dentro la questione meridionale

di Santo Prontera

PARTE I
Le cause storiche e i fattori ostativi di carattere politico-culturale

Un primo problema, di fondamentale importanza: il grado di consapevolezza storica dell’opinione pubblica circa la genesi della questione meridionale

La soluzione della QM deve diventare nuovamente – come e più di un tempo – una grande questione nazionale. Tale obiettivo non può essere però raggiunto se non tornano a diventare patrimonio nazionale -comune al Centro-Nord e al Sud- le ragioni storiche e politiche che hanno generato l’annoso dualismo territoriale.

      La dicotomia Nord/Sud, che nella sostanza è stata generata dalla politica, potrebbe trovare una soluzione con gli strumenti della politica. A ciò però si oppone una diffusa sottocultura ostile, che con la Lega ha trovato un potente strumento di affermazione politica, giungendo alla condizione di posizione politico-culturale preminente, e sotto certi aspetti addirittura egemone.

      Tale sottocultura non è un fatto nuovo in sé. Esisteva già. Ma con l’ascesa della Lega si è imposta sulla scena politica nazionale, determinando una fortissima involuzione della medesima. La sua notevole forza sta nel fatto che non è circoscritta solo alle dimensioni elettorali della Lega, ma va ben oltre questa forza politica. Una volta sdoganata dal fenomeno leghista, infatti, essa ha mostrato un forte potere di condizionamento dell’intero sistema politico, perché gli altri partiti non solo non sono riusciti a contrastarla –a volte non hanno voluto farlo-, ma ne sono generalmente diventati succubi, o addirittura suoi veicoli, a causa di un vero e proprio crollo etico-politico e culturale di quasi tutto il personale politico espresso dai partiti nell’epoca neoliberista. La conseguenza concreta di tutto ciò è costituita da una fortissima involuzione delle politiche dello Stato verso il Mezzogiorno. La QM, che richiedeva passi avanti, ha così finito per fare molti passi indietro.

      Pur se vasta e profonda, la zona culturale di cui stiamo parlando -variamente affiliata in sede politica- non ha basi reali, ma è frutto di disinformazione storica, luoghi comuni e povertà etico-politica. Tutto ciò rende la questione meridionale scarsamente intelligibile e oltremodo divisiva al giorno d’oggi a livello di opinione pubblica.

      Quanto precede costituisce –con la sua mole- uno dei fattori più poderosi tra quelli che si oppongono alla realizzazione di politiche effettivamente volte al riequilibrio territoriale. Se infatti da un lato è facile comprendere che (sotto molti aspetti) lo sviluppo del Mezzogiorno sia un interesse primario dell’intero Paese, dall’altro lato, se –per la sopraggiunta involuzione culturale di cui sopra- si prescinde dalle reali vicende dello Stato unitario -che non sono né quelle presentate dalla storia ufficiale né quelle del leghismo o quelle espresse dalle posizioni neoborboniche- non si comprende come la programmazione di quello sviluppo sia un atto dovuto e nel contempo un obiettivo assolutamente necessario per l’intero Paese. Non tutta, ma una cospicua parte dell’opinione pubblica settentrionale –non per sua colpa, bensì, come già detto, per una colpevole narrazione ufficiale che mistifica l’intera vicenda della vita nazionale unitaria- considera infatti le risorse da destinare al Sud come un’indebita concessione e un’operazione in perdita. Non comprende, in definitiva, che la ricchezza generata attualmente su una qualsiasi parte del territorio nazionale ha un carattere sistemico e diacronico –con cause ed effetti dislocati nei tempi lunghi del passato-.

      La lezione che, pur se in forma sintetica, si trae da quanto detto fin qui, sulla scorta di una disamina storica e della cronaca politica, è la seguente: un fatto di ordine culturale, come la diffusa carenza di cultura storica e di spessore etico-politico, è diventato, senza alcun fondamento reale (perché fatto di miti e luoghi comuni), un fatto politico estremamente influente, con una grandissima dose di negatività. Il “fatto culturale” (ossia, come già visto, la pseudocultura e il primitivismo etico-politico del leghismo e delle sue figliolanze) non è solo “matrice” di un orientamento politico senza basi storiche; a sua volta è stato anch’esso un prodotto politico, come ben sa il mondo della cultura storica e come cercheremo di dimostrare.

      La somma di fattori vecchi e fattori nuovi ha insomma creato non solo un dualismo economico tra le due parti del Paese –come meglio si vedrà dopo-, bensì anche una grande frattura psicologico-culturale che, come già detto, costituisce –oggi come mai prima- un grande problema politico. Senza il superamento di detta “frattura”, non ci sono molti spazi per il dispiegarsi di un proficuo intervento teso al superamento della Questione Meridionale.

      Il riequilibrio territoriale nazionale costituisce, dunque, una grande questione politica che, per andare in porto, richiede un grande sforzo culturale.

      In definitiva, (è il caso di ribadire il concetto data la sua importanza) non si possono elaborare politiche di riequilibrio territoriale se prima non si chiariscono a livello di opinione pubblica le ragioni che rendono doverose e necessarie quelle politiche (necessarie per il Sud e l’intero Paese). Ci sarà sempre un leghista o un suo parente culturale pronto a dire: “Ma voi volete fare tutte queste belle cose con i soldi miei!”. Questo modo di pensare, se ha dimensioni di massa ed è nel contempo colpevolmente supportato anche nelle istituzioni e nel mondo dei mass media (“colpevolmente supportato” perché tale sostegno è frutto di inaccettabile disinformazione a certi livelli), costituisce potere politico oppositivo che va vinto, come già detto, sul piano culturale ed etico-politico. Per questa ragione, non si può passare immediatamente alle proposte risolutive e bisogna fare una ricognizione degli aspetti politici e culturali connessi alla questione.

 

Le cruciali tappe storiche che hanno condotto alla genesi della questione meridionale

Come osservato sopra, è arduo o impossibile porre rimedio al dualismo territoriale nazionale senza un’opinione pubblica concorde e consapevole delle ragioni storiche che si pongono come cause genetiche della QM.

      Sono ben diverse le vicende storiche preunitarie che hanno conferito determinati caratteri al Centro-Nord, da un lato, e al Sud, dall’altro lato. Ma, ai fini strettamente politici della questione, si può prescindere da tali vicende.

      Pertanto, qui di seguito ci si limita a indicare alcuni dei punti salienti –relativi al periodo unitario- che “spiegano” la genesi della QM.

      Alla base di tutto c’è l’“annessione incondizionata” del Sud: questa tragica conclusione del processo unitario è lo snodo fondamentale – o il “peccato originale” o la grande causa – che ha creato le premesse per il sorgere del dualismo nazionale. Se si salta questo passaggio, perché a torto considerato troppo lontano e non più attuale, ogni discorso sulla Q.M. diventa fuorviante e il problema stesso incomprensibile.

      L’annessione è l’infausto esito imposto dal partito moderato al moto unitario, sviandolo dalla sua più genuina aspirazione. A questa soluzione si opposero le varie correnti del movimento democratico (Mazzini, Cattaneo, Ferrari, ecc.) e le forze autenticamente liberali dell’autonomismo meridionale.

      Per sua intrinseca natura e in ultima istanza, però, la politica è questione di forza e la parte forte –sul piano militare ed economico- era costituita dal partito moderato. Da qui discende la conclusione “moderata” –conservatrice sul piano sociale e orientata a rapporti di subordinazione tra territori- del movimento nazionale.

      Tutto ciò serve anche a chiarire un aspetto essenziale, che molto spesso sfugge ai discorsi sviluppati sul tema: la Questione Meridionale non è nata come Nord contro Sud, bensì come lotta di una parte politica conservatrice, presente da Nord a Sud -il partito moderato, con il potere a Torino, ma che beneficiava di ampio sostegno da parte dei latifondisti meridionali-, contro le due parti politiche già menzionate, autenticamente patriottiche (il movimento autonomista meridionale e il partito democratico, unito sul punto da Nord a Sud, con la significativa eccezione di larghi settori dei democratici piemontesi, a dimostrazione che per costoro e per tutto il mondo politico torinese la “piccola patria” prevaleva su quella grande e di tutti, che veniva pertanto considerata come sostanzialmente estranea, un dato “altro” da sé, subordinabile).

      I due schieramenti avevano dunque due diversi progetti –due diverse “idee”- di Stato nazionale, che possono essere più chiaramente schematizzate come segue:

  1. a) Le forze “moderate” miravano a inglobare i nuovi territori in uno Stato piemontese che sopravviveva e si espandeva. In questo schema, il potere restava tutto centrato su Torino. I rapporti di “subordinazione” costituivano sia un preciso obiettivo del potere moderato sia l’inevitabile conseguenza del modello di Unità che venne imposto. La tenace ricerca di un simile esito aveva anche la funzione di sanare le disastrate finanze piemontesi, sull’orlo del fallimento.

      A dimostrazione e testimonianza di quanto la “subordinazione” del Mezzogiorno fosse lontana dalle motivazioni di fondo della vicenda risorgimentale c’è la natura specifica del “modello” di Unità imposto dal partito moderato: la ratio di tale “modello” –una parte politica e territoriale che senza scrupoli tende a imporsi con ogni mezzo su altre parti- proviene dalle stesse radici da cui è scaturito il devastante e aggressivo nazionalismo che tante sciagure ha seminato in Europa e fuori di essa.

  1. b) Il movimento democratico voleva realizzare l’Unità mediante un’Assemblea Costituente, per far nascere uno Stato nuovo dalla fusione degli ex Stati, con un governo condiviso, di tutti, su basi paritarie. La Costituente, lo Stato di tutti, la pari dignità presupponevano un accordo politico e monetario tra gli ex Stati, come avvenuto nell’unificazione della nazione tedesca. Questo secondo modello, che era autenticamente patriottico e solidaristico –basato sul concetto di “fratelli” all’interno e delle mazziniane “patrie sorelle” all’esterno-, escludeva in radice ogni tendenza colonizzatrice e ogni ratio di subordinazione.

      Si trattava, com’è evidente, di due progetti diametralmente opposti. Uno (risultato alla fine perdente) era coerente con l’autentica ratio del Risorgimento, mentre l’altro, alla fine vittorioso per sopraffazione, era antitetico a quella ratio.

      Con l’imposizione del progetto del partito moderato, l’Italia si avviò non già verso uno sviluppo equilibrato e un modello solidale, bensì verso il dualismo economico e sociale. Infatti, dopo l’atto di forza del partito moderato (costituito dall’“annessione incondizionata” e da quanto ne seguì) prese forma –subitanea per certi aspetti, graduale per altri- la vita unitaria scandita come Nord contro Sud (che era in stridente contrasto con le più genuine vicende risorgimentali).

      Effetti e strumenti della “subordinazione”:

  1. a) Uno degli effetti e nel contempo uno degli strumenti della “subordinazione” fu la “costruzione” di una rappresentanza parlamentare meridionale formata in gran parte di deputati satellizzati, risultati vincenti per l’intervento dei Prefetti –che tra i loro compiti avevano anche quello di intervenire con ogni mezzo nelle campagne elettorali per far vincere i candidati governativi-. Questo andazzo acuì la condizione del Sud come area politicamente acefala che era stata generata dall’ “annessione”. Quella rappresentanza parlamentare fu infatti spesso scadente, funzionale alle direttive del “centro” e disfunzionale rispetto alle esigenze dei territori meridionali.
  2. b) Le due parti del Paese, all’atto dell’Unità, erano prevalentemente agricole, ma entrambe avevano un proprio nucleo industriale. Nel Sud c’era una cospicua presenza di vari settori industriali (carta, lana, cotone, siderurgia, cantieristica, metalmeccanica, ecc.), con imprese di grandi dimensioni che esportavano nel Centro-Nord e in Europa. In particolare, notevoli erano i settori della cantieristica (due grandi stabilimenti) e quello metalmeccanico (costituito da alcune imprese di ragguardevoli dimensioni); questi due settori contavano 20.000 operai; la maggiore impresa metalmeccanica del Sud ne contava 1000; si producevano navi, motori marini, locomotive. La medesima cosa può dirsi della siderurgia, che vantava un livello tecnico di prim’ordine: era la sola in grado di produrre binari in Italia.

       Per decisioni “politiche” (vedi la subitanea estensione della normativa doganale e la gestione di parte delle commesse statali), il nucleo industriale del Mezzogiorno fu spazzato via e quello settentrionale fu preservato. Tutto questo oggi non dovrebbe costituire oggetto di sterile polemica, bensì stimolo per una proficua riflessione ai fini di una generale crescita politica; dovrebbe essere un patrimonio conoscitivo diffuso (il che non è) per costruire una nazione veramente unitaria.

  1. c) Sempre per ragioni politiche, ci fu un trasferimento di ricchezza dal Sud al Nord. Contrariamente a quanto avvenne per il Banco di Napoli, la finanza settentrionale (vedi per es. la Banca Nazionale) ebbe immediatamente l’autorizzazione ad aprire proprie filali al Sud. Non era una discriminazione di poco conto, dato che si era nell’epoca della convertibilità banconote/oro. Ben presto si videro gli effetti della suddetta discriminazione. Gli sportelli della finanza settentrionale dislocati al Sud rastrellavano infatti banconote emesse dal Banco di Napoli e poi ne chiedevano al Banco il controvalore in oro, che veniva trasferito al Nord per sostenere istituti di credito impegnati nell’industria (il possesso di oro era di fondamentale importanza, perché le banche potevano emettere tre unità monetarie sotto forma di banconote per ogni unità di oro posseduto). Questo spostamento di capacità creditizia fu un altro fattore della “subordinazione” (ratio intrinseca –come già detto- al modello “moderato” ed estranea a quello democratico e autonomistico).
  2. d) La protezione doganale (in via temporanea, come chiedevano gli industriali meridionali) venne negata all’atto dell’Unità alle imprese del Sud (che erano cresciute all’ombra della protezione doganale, diversamente da quelle settentrionali, che avevano avuto il tempo di acclimatarsi in qualche modo al libero scambio), ma fu accordata pochi anni dopo (1888) all’industria del Nord (ormai diventata unico polo industriale nazionale), scatenando la guerra delle tariffe doganali con la Francia, con conseguenze che ricaddero pesantemente sull’economia del Sud, ormai quasi solo agricola, che perdette il decisivo mercato di sbocco transalpino in seguito alla suddetta guerra commerciale. Andarono in tal modo perduti investimenti, profitti e salari.

      Come dimostra la letteratura economica più obiettiva e la stessa vicenda della (doverosa) protezione doganale accordata all’industria del Nord pochi anni dopo l’Unità, il protezionismo di cui aveva goduto l’industria del Sud non costituiva un fattore di arretratezza, bensì una necessità di carattere assoluto. Il libero scambio è infatti sempre stato lo strumento –alla stregua di arma economica letale- dei forti contro i deboli. Conviene a chi ha maturato un vantaggio commerciale ed è negativa per chi ha la necessità di attrezzarsi per competere ad armi pari sul piano dei prezzi.

      Quelli che precedono sono alcuni tra i tanti esempi che si potrebbero addurre circa i meccanismi di subordinazione che hanno condotto al dualismo territoriale della nazione.

 

Il rapporto di subordinazione e i suoi vistosi effetti

Il rapporto di subordinazione socio-territoriale, che sempre si concretizza nello sviluppo di un’area e nel correlativo sottosviluppo di un’altra area –che diviene irrimediabilmente “dipendente” e devitalizzata sul piano economico-, ha allontanato nel tempo il Centro-Nord e il Sud quanto a capacità produttiva e reddito pro-capite.

      Ciò è dimostrato da dati antichi e recenti.

      Nel 1861 il Pil pro-capite del Mezzogiorno e quello del Nord erano sostanzialmente in parità: 335 lire nel primo caso (a prezzi del 1911) e 337 lire nel secondo.

      Dopo mezzo secolo si notano già gli effetti della “subordinazione”: nel 1910, il Pil pro-capite del Sud era pari a 507 lire, mentre quello del Nord era di 612 lire. Il reddito nel Mezzogiorno era sceso all’83% di quello percepito nel Settentrione. Le politiche unitarie avevano condotto alla divaricazione delle due aree.

      Nel 1950 le cose erano ulteriormente peggiorate: al Sud il reddito pro-capite era pari a 546 lire, ossia il 53% di quello del Nord, che era pari a 1.022 lire.

      Significativamente, un’inversione di tendenza ci fu con la Cassa per il Mezzogiorno. Quando la Cassa fu soppressa, nel 1984, il Pil pro-capite del Sud era pari a lire 2.348; quello del Nord raggiungeva 3.705 lire. Le distanze si erano ridotte. Infatti, il Pil pro-capite del Sud era salito al 63%.

      Dopo la chiusura della Cassa, il divario è tornato a crescere. I dati mostrano un declino a precipizio da parte del Sud. Attualmente, infatti, il Pil pro-capite è pari a 35.600 euro al Nord, contro 19.200 euro al Sud. Quest’ultimo dato, in definitiva, è tornato ai livelli pre-Cassa, ossia al 53%.

 

Come mai, senza spinte “esterne”, il sud non agisce come una società vitale?

      Di fronte alle cifre appena viste, sorge spontanea un’osservazione: perché senza sostegni, il Sud non cresce?

      Per darsi una risposta, bisogna tenere presente che quella meridionale, in seguito alle dinamiche di subordinazione a cui è stata sottoposta, è una società destrutturata. A ciò hanno contribuito prevalentemente tre fattori:

a 1) la perdita dell’apparato industriale di un tempo –suscettibile di crescita in un altro contesto politico- ha bruciato le normali dinamiche di un moderno ed equilibrato sviluppo economico;

a 2) con zero industria, con rapporti di proprietà rurale congelati in senso conservatore dal “modello moderato” e con un’agricoltura parte debole e residuale nell’ambito delle politiche nazionali, l’esito non poteva che essere una massiccia emigrazione;

  1. b) tale fenomeno migratorio, misurabile a decine di milioni lungo un arco di tempo pluridecennale, ha destrutturato le normali connessioni interne della società meridionale.
  2. c) la carenza di infrastrutture: come possono insediarsi imprese in forma diffusa in un territorio che richiede, tanto per fare un solo esempio, lunghi tempi di percorrenza di merci e persone?

      Tutto ciò sta a indicare che la rivitalizzazione di una società “subordinata” (rivitalizzazione che può avere luogo mediante la creazione di un ambiente “produttivo” di economia e virtuose relazioni interne, sviluppo di un’imprenditoria solida, ecc.) richiede tempi non brevi.

      Le attuali dinamiche peggiorano la situazione. Ogni anno, infatti, il Sud “perde” varie migliaia di laureati, che portano altrove la propria formazione e la propria capacità produttiva in quanto –per le ragioni storiche esaminate- nei territori d’origine non trovano un contesto adatto alle proprie aspettative esistenziali. In tal modo, altre aree, nazionali ed europee, si giovano della formazione che viene effettuata con risorse del Sud.

 

L’Italia unita: squilibrata, ma “sistemica”

Come visto sopra, l’Italia “sbagliata” costruita dal partito moderato, che rappresentava le classi dominanti e generalmente retrive, era ben diversa da quella che corrispondeva alle aspirazioni dei patrioti (Mazzini diceva: “Per noi l’Unità non è solo questione di miglia quadrate, ma di idee e princìpi”). Tuttavia, anche l’Italia di matrice moderata ha avuto, necessariamente, un carattere “sistemico”, essendo un “tutto” in cui ogni parte ha contribuito al funzionamento dell’“insieme”.

      Anche a tale proposito, come già sopra, non andiamo a svolgere una disamina storica compiuta (non è questa la sede idonea), ma ci limitiamo a portare alcuni esempi probanti rispetto al concetto enunciato:

1) Cominciamo col dire che il Mezzogiorno ha innanzi tutto svolto il ruolo che la classe dirigente moderata ha assegnato a quest’area del Paese: un grande mercato di consumo, che ha consentito la crescita dell’apparato industriale situato tutto al Nord, dopo la cancellazione del nucleo industriale del Sud.

      Il Mezzogiorno ha svolto questa funzione sia con la ricchezza prodotta al proprio interno sia con il flusso delle rimesse degli emigranti.

2) Queste rimesse hanno svolto anche altre funzioni a beneficio del Nord. In primo luogo, sono state infatti utilizzate per lo sviluppo dell’industria elettrica, siderurgica e meccanica del Triangolo industriale (Genova, Torino, Milano) e, in secondo luogo, confluendo per tanta parte nella Cassa Depositi e prestiti tramite gli uffici postali, si sono trasformate in facili finanziamenti della stessa Cdp, di cui si sono giovati soprattutto i Comuni del Nord per i propri investimenti.

3) La Prima Guerra Mondiale ha dato un impulso notevole allo sviluppo dell’apparato industriale e anche in questo caso non è mancato il contributo del Mezzogiorno. Mentre infatti una parte delle giovani leve settentrionali lavorava –necessariamente- in fabbrica, quelle meridionali stavano tutte al fronte.

4) Anche la narrazione della Resistenza –che include le lotte operaie in difesa delle fabbriche- richiede precisazioni che di solito non si fanno. Il Sud non è stato affatto estraneo alle dinamiche di questa fase decisiva della nostra storia. Non c’è stata infatti una sola Resistenza, ma ce ne sono state due. La lotta contro il nazifascismo al Sud, infatti, non è circoscritta alle sole Quattro giornate di Napoli. C’è stata anche una Resistenza più vasta, spontanea, fatta di numerosi episodi piccoli e grandi. Poi c’è stata quella combattuta nel Centro-Nord, organizzata dai partiti antifascisti. Il terreno di lotta era quello dell’Italia centrale e settentrionale, ma i combattenti (come nel Risorgimento) provenivano da ogni parte del Paese. È stata elevatissima la percentuale di combattenti meridionali tra i partigiani.

5) A guerra conclusa, occorreva organizzare la produzione industriale e garantirne l’approvvigionamento energetico. Il carbone era all’epoca un elemento indispensabile per il funzionamento delle fabbriche. Il governo italiano e quello belga firmarono un’intesa in base alla quale il Belgio vendeva un tot di tonnellate di carbone all’Italia in cambio di un tot di lavoratori italiani da mandare in miniera. Soprattutto dopo la prima fase, numerosissimi furono i meridionali che lavorarono come minatori nelle miniere del Belgio.

6) A tutto questo si deve aggiungere il contributo direttamente lavorativo di operai e tecnici meridionali nelle fabbriche.

      Dopo questo intreccio di rapporti tra Nord e Sud, che ha contribuito al decollo industriale e allo sviluppo economico delle aree oggi più ricche, arriva la richiesta di “Autonomie differenziate”, con il cosiddetto residuo fiscale che dovrebbe essere trattenuto nelle regioni ormai ricche. Sulla base di quanto precede, è chiaramente una richiesta infondata. In virtù del carattere “sistemico” della vita nazionale, infatti, la ricchezza prodotta in un determinato luogo del Paese non appartiene a “quel luogo”, ma ha molte radici, è un frutto “sistemico” –del sistema Italia- ormai più che secolare. Procedendo sulla via delle Autonomie differenziate, si giungerà alla balcanizzazione del Paese, che equivale a un demenziale suicidio collettivo guidato dai gruppi dirigenti del Nord, con al seguito quelli del Sud, complici e servili o inutili.

      Se possono servire, soprattutto per diaconi e sacerdoti del leghismo, è il caso di riportare le profetiche parole di Francesco Saverio Nitti: <<Quando i capitali si sono raggruppati al Nord, è stato possibile tentare la trasformazione industriale. Il movimento protezionista ha fatto il resto, e due terzi d’Italia hanno per dieci anni almeno funzionato come mercato di consumo.

      Ora l’industria si è formata, e la Lombardia, la Liguria e il Piemonte potranno anche, fra breve, non ricordare le ragioni prime della loro presente prosperità.

      Senz’ombra d’ironia –non è il caso, né io vorrei- il Nord non ha colpa in tutto ciò: la sperequazione presente che ha messo a così diverso livello regioni dello stesso paese, è stata frutto di condizioni politiche e storiche.

      Ma il Nord d’Italia ha già dimenticato: ha peccato anche di orgoglio. I miliardi che il Sud ha dato, non ricorda più: i sacrifizi non vede>>.

 

Le ragioni che uniscono

Per le ragioni già accennate sopra, e per i contenuti specifici di quanto sopra, non si può (soprattutto nelle condizioni politico-culturali di oggi) trattare la Questione Meridionale senza inserirla –come abbiamo cercato di fare- nel più vasto contesto della storia unitaria nazionale. È pertanto necessario aggiungere almeno uno stringato contorno generale di tale storia, anche perché alcune posizioni politiche (leghismo e neo-borbonismo) tendono a negare il valore storico dell’Unità, ossia del contesto in cui la Questione Meridionale è nata e del contesto in cui essa dovrebbe trovare soluzione.

      A proposito di tale storia, vi sono quattro versioni: quella “ufficiale”, di stampo liberale; quella neoborbonica; quella leghista; quella aderente ai fatti (in cui facciamo confluire –pur con qualche forzatura- le posizioni marxiste e quelle del movimento democratico risorgimentale).

      La prima –quella dei “vincitori” finali del moto risorgimentale- è costretta a manipolare i fatti per mantenere in piedi la narrazione corrente. A proposito di tale narrazione, Gaetano Salvemini (altissima coscienza civile, grande storico, grande socialista, grande meridionalista) fece notare come vi fosse una grande <<ignoranza della storia italiana>>, perché essa, nella realtà, non stava <<sui libri di testo delle scuole regie, ma sulle fonti originali non mutilate né falsificate>>. Dopo le scuole regie sono venute quelle della Repubblica. È cambiato qualcosa, ma non più di tanto.

      Quella neoborbonica (Sud pre-unitario come Eden abitato da adoratori della dinastia) e quella leghista (Sud come coacervo di vizi che prima se ne va e meglio è) sono ricostruzioni ideologiche, false, lontanissime dalla realtà storica e dalle esigenze del Paese. Ambedue sono decisamente antiunitarie e, in quanto tali e in ultima analisi, contrarie agli interessi futuri delle loro stesse aree di riferimento.

      Se la storiografia esige innanzi tutto il rispetto dei fatti, occorre reimpostare la narrazione della vicenda unitaria –come vuole la storiografia critica, in vario modo riconducibile alla quarta versione di cui sopra-. In questa nuova “storia” –trasformata in cultura diffusa e opinione pubblica correttamente informata- trova posto la genesi effettiva della QM e conseguentemente, sulla base di questa precondizione culturale, la politica può impostare la soluzione della stessa QM.

 

il valore dell’unità contro le posizioni anti-paese

Quanto precede, una complessiva analisi della storia nazionale – pre e post unitaria – e le possibili prospettive del Paese non avvalorano affatto le posizioni neoborboniche, ostili al movimento risorgimentale, e smentiscono le posizioni leghiste, che mettono in discussione l’Unità del Paese pur se proprio l’Unità è alla base di tanta parte dello sviluppo storico del Settentrione.

      Di fronte alle posizioni antiunitarie del leghismo e alle tesi neoborboniche, bisogna rammentare e affermare le ragioni storiche, culturali, ideali, politiche e geopolitiche (che in questa sede non possono essere trattate) che sono alla base dell’unità nazionale. Tali ragioni si pongono in rapporto di diretta e strettissima continuità con il movimento democratico risorgimentale e, in particolare, con la prospettiva da esso indicata e caldeggiata nel cruciale momento che si chiuse con l’“annessione”. Non può certamente dirsi la stessa cosa per il filone storico moderato e le sue propaggini leghiste ed extra-Lega.

      Solo una nazione consapevole di queste ragioni può progettare e realizzare la soluzione della QM, ponendo in tal modo rimedio a un percorso storico errato.

      Questo processo non implica necessariamente dinamiche divisive e conflittuali, perché non tutto il Centro-Nord ragiona con la testa dei leghisti. Giova a tal proposito rammentare che i principali artefici della Cassa per il Mezzogiorno furono un trentino (Alcide De Gasperi), sul piano politico, e un lombardo (Pasquale Saraceno), sul piano realizzativo e gestionale. Inoltre, sono settentrionali alcuni tra i più aspri critici del modo in cui sono andate cose nei rapporti storici tra le due parti del Paese.

      Tuttavia, la ragionevole strada verso una condivisa azione di riequilibrio non è scontata né agevole, come dimostrano le costanti politiche anti-Sud della classe dirigente del Nord, sostenute dalla connivenza o dall’incapacità di quella del Sud (ultimi banchi di prova: la gestione del FEASR –Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale- e ,a quanto è dato sapere, la ripartizione alla rovescia dei fondi relativi al PNRR –Piano Nazione di Ripresa e Resilienza-).

      Il forte risentimento diffuso dalle politiche ispirate all’opposto dell’equità territoriale sta generando nel Mezzogiorno –nonostante il ruolo di oscuramento svolto dai mass media- delle iniziative tese alla costituzione di soggetti politici autonomi, su base territoriale. Tali iniziative, pur non nascendo con intenti separatisti, come era ed è invece per Lega (il suo recente unitarismo è solo un orpello), si pongono fatalmente in una prospettiva di aspra contrapposizione territoriale, con esiti divisivi tra Nord e Sud e all’interno dello stesso Sud. Una simile prospettiva, che certamente incontra il gradimento della Lega, è negativa per il Paese nel suo complesso.

      Quelle risorse umane e civili andrebbero canalizzate in una grande struttura organizzativa di carattere culturale, con funzione di stimolo verso le forze politiche e di controllo sull’azione delle rappresentanze istituzionali, impedendo loro di svolgere una funzione slegata dagli interessi territoriali e nazionali.

      Il primo compito della suddetta struttura dovrebbe consistere nella contestazione in toto della funzione negativa e perversa svolta dalle rappresentanze politiche del Sud, che hanno operato come una complessiva classe politica subordinata alle miopi e irresponsabili rappresentanze del Nord.

      È un dato ovvio che la politica e le risorse siano i necessari fattori risolutivi del dualismo socio-territoriale del Paese, ma, alla luce di quanto sopra, alcuni fattori -come informazione diffusa, senso civico e cultura dell’equità territoriale- si pongono come imprescindibili elementi propedeutici e predisponenti.

 

Parte II

I FATTORI OSTATIVI DI CARATTERE POLITICO-ISTITUZIONALE

Gli interventi necessari al superamento della “questione meridionale”: infrastrutture, servizi, investimenti produttivi

 

A – i prerequisiti dello sviluppo: infrastrutture e servizi

Il superamento del dualismo socio-economico nazionale richiede l’adozione di un’ottica opposta a quella che ha generato il problema: da un’ottica centrata su egoismi territoriali bisogna passare a un’ottica effettivamente nazionale, fondata sui criteri di pari dignità, equità territoriale, interesse comune. C’è dunque bisogno di un’azione politica orientata all’“equità territoriale” sul piano legislativo e su quello della spesa pubblica.

      Qualche esempio, tratto dalla realtà, serve a illustrare il concetto:

-se in alcune zone i trasporti pubblici sono carenti e richiedono lunghi tempi di percorrenza, è difficile che lì si creino le condizioni idonee a richiamare investimenti per generare sviluppo;

-se la normativa riguardante l’Università è oggi penalizzante per gli atenei meridionali, non può che risultare estremamente dannosa in prospettiva, in quanto tendente a generare -o ampliare- disuguaglianze tra i medesimi atenei e tra i loro territori di riferimento;

-se la capacità di spesa degli enti locali meridionali e l’entità dei loro apparati gestionali sono sottodimensionate rispetto al Centro-Nord –salvo alcuni casi patologici-, non si possono erogare servizi perequativi per raggiungere uno standard unitario sull’intero territorio nazionale e ciò incide sulle possibilità di crescita dei territori svantaggiati;

-se la spesa pubblica pro-capite è di 15 mila euro al Centronord e di 12 mila euro al Sud, le distanze tra le due aree del Paese non possono che crescere, con effetti cumulativi nel tempo, di segno positivo in un’area e di segno negativo nell’altra area;

-se le già menzionate risorse del Pnrr -in teoria destinate in gran parte al Sud per il suo sviluppo, anche nell’interesse dell’intero Paese- finiscono in pratica in gran parte al Centro-Nord, non si colma il dualismo, ma lo si approfondisce.

      Per lo sviluppo del Mezzogiorno sono dunque necessari investimenti per infrastrutture e servizi. Chi può e deve realizzarli o creare le condizioni per chiamarli in essere se non lo Stato? Vedremo nel prossimo paragrafo quali sono i fattori favorevoli o contrari a tale intervento.

 

B – Gli investimenti direttamente produttivi

Gli interventi idonei allo Sviluppo del Mezzogiorno sono dettati dai risultati –largamente positivi- della Cassa per il Mezzogiorno e dai criteri della programmazione statale.

      Spesso la Cassa è stata strumentalizzata a danno del Sud: è successo con l’indebito dirottamento di finanziamenti ad altre aree tramite la spesa straordinaria destinata al Mezzogiorno utilizzata come sostitutiva -anziché aggiuntiva- rispetto alla spesa ordinaria.

      Fa inoltre parte della storia negativa di questo Paese tutta l’ambigua polemica scatenata contro l’intervento straordinario, la cui dotazione è peraltro rifluita al Nord sotto forma di “acquisti” trainati dagli investimenti.

      I successi della Cassa –che non a caso sono avvenuti in un contesto keynesiano- dimostrano non soltanto che la QM è risolvibile, ma indicano anche la via per la soluzione.

      Qui si pone, inevitabilmente, una grande questione: l’idoneità del contesto neoliberista a determinare lo sviluppo di un’area svantaggiata.

      È infatti difficile che lo sviluppo del Mezzogiorno si realizzi nell’ambito dell’attuale sistema neoliberista, che per sua natura crea e approfondisce disuguaglianze e disequilibri tra cittadini e tra aree.

      Non è alla logica privata, unicamente orientata al profitto, e a uno Stato ridotto ai minimi termini che si può affidare lo sviluppo di un’area. Questo è un compito eminentemente pubblico e si realizza sia in forma diretta, con la creazione di infrastrutture e insediamenti di unità produttive, sia in forma indiretta, creando le condizioni per favorire il concorso dell’intervento privato nell’ambito del progetto di sviluppo.

      Ampliando il concetto, possiamo dire che una politica di sviluppo territoriale richiede l’intervento attivo dello Stato secondo l’articolazione che segue:

  1. a) politiche di programmazione mirata;
  2. b) i già considerati investimenti in infrastrutture (compito eminentemente pubblico) a cui devono seguire investimenti direttamente produttivi, sotto forma di insediamenti industriali e poli di ricerca di carattere pubblico, che finiscono col creare l’ambiente di richiamo anche per l’iniziativa privata;
  3. c) una gestione del credito che non sia centrata sull’attuale ratio delle banche private, che è del tutto incongrua rispetto alle esigenze dell’economia reale; esse, infatti, dagli anni Ottanta in poi si sono sviluppate secondo criteri schiettamente neoliberisti, finendo col risultare autoreferenziali ed estremamente negative, dato che conferiscono una logica deviante all’intero sistema economico; mirano infatti a percepire livelli di profitto più elevati di quelli che si realizzano nell’economia reale e in tal modo tolgono ricchezza -anziché contribuire a crearla- al sistema produttivo; in definitiva, oggi inibiscono –anziché sostenere- l’attività delle imprese e lo sviluppo dei territori.

 

Lo Stato è in grado di fare tutto ciò?

La domanda è ovviamente retorica. Lo Stato neoliberista, come quello attuale, è uno spettro di Stato democratico. Contrariamente alle apparenze, infatti, è uno Stato sostanzialmente monoclasse (Stato delle élite) che, per sua intrinseca natura, è inidoneo al compito. È stato deliberatamente reso tale dalla reazione neoliberista contro lo Stato democratico del primo trentennio postbellico.

      Per realizzare le suddette politiche, lo Stato deve avere poteri e strumenti che non ha più: autonomia monetaria (o, in subordine, creazione di uno Stato federale europeo, per il quale al presente mancano le necessarie condizioni politico-culturali, a partire dalle élite); una moneta propria, anche non a debito (due concetti iper-blasfemi alle orecchie dei neoliberisti continentali); una banca centrale al servizio dello Stato, anziché avulsa da esso e al servizio dei potentati economici privati; un sistema di banche pubbliche; un forte settore industriale pubblico; un avanzato settore di ricerca a carattere pubblico; la creazione di una cultura dell’impresa pubblica che un tempo c’era e poi è stata distrutta con la pratica delle privatizzazioni e il dilagare dell’ideologia neoliberista.

      Per l’attuazione di quelle politiche, bisognerebbe dunque ripristinare e ampliare i poteri e le funzioni dello Stato che sono stati soppressi dal neoliberismo e tornare all’impianto keynesiano della Costituzione, reso effettivamente operativo e non già puramente teorico e formale.

      Una tale operazione politica implica la cancellazione del nuovo art. 81 (che fu votato quasi all’unanimità dal Parlamento, senza premurarsi di informare i cittadini sulle conseguenze di tale decisione: un atto doveroso, dato che il popolo è –almeno nominalmente- “sovrano”); tale articolo impedisce proprio l’adozione delle necessarie politiche di tipo keynesiano, richieste dalla Costituzione.

      È inoltre richiesto l’abbattimento dell’attuale debito pubblico (cosa impossibile nell’attuale contesto politico-istituzionale); tale debito è peraltro esploso proprio con l’affermarsi del sistema neoliberista, mentre la narrazione corrente –inventando tutto- ne attribuisce la responsabilità alla politica precedente.

      La conclusione dell’intero discorso, con riferimento al Mezzogiorno, è più che ovvia: da un lato, le generali carenze relative a servizi e infrastrutture incidono negativamente sulla convenienza degli investimenti privati -basati su pure convenienze immediate- a dirigersi verso le zone svantaggiate; dall’altro lato, la possibilità di adeguati investimenti pubblici è stata rasa al suolo dal trionfo del neoliberismo. In queste condizioni, il sottosviluppo –che è inibizione dello sviluppo-, si rafforza, anziché declinare.

      Lo sviluppo del Sud, dunque, passa attraverso la lotta per il superamento del neoliberismo; richiede, in altri termini, un’autentica rivoluzione politica.

 

E allora, nell’immediato non si può fare nulla?

      Se così stanno le cose, bisogna limitarsi a predicare per domani, senza alcuna possibilità di incidere nell’oggi? No. Politica è impegno per la modifica dello stato di cose presente, con uno sguardo rivolto al futuro.

      Quanto esposto sopra costituisce la via per dare al problema una soluzione compiuta e radicale, ma ci sono interventi –parziali e settoriali, tuttavia non per questo da sottovalutare- che, essendo ideologicamente “neutri”, sono possibili anche nell’attuale contesto. Si tratta di interventi di sostegno organizzativo, infrastrutturale e finanziario relativi al turismo, all’agricoltura, all’industria esistente.

      Per l’effettiva soluzione della Q. M., però, gli strumenti idonei sono quelli esposti sopra. Costituiscono un insieme incompatibile con l’attuale quadro politico, ma le forze neoliberiste vanno incalzate su quegli obiettivi proprio perché essi danno la possibilità di “parlare” proficuamente ai cittadini. È questo l’obiettivo reale. Posto il fine (soluzione del dualismo territoriale), insomma, si avanzano quelle proposte come mezzi, sfidando le forze neoliberiste per evidenziare la natura reale della loro azione politica. È, questa, una forma di lotta politico-culturale che serve a far comprendere ai cittadini l’inadeguatezza radicale del neoliberismo a dare risposte efficaci all’infuori del suo fine di base: gli interessi delle élite.

      In definitiva, è inevitabile che dalle istituzioni si ottenga poco o nulla per questa via sul terreno concreto (il neoliberismo, abbiamo detto, non è il contesto adatto a risolvere la questione), ma si può ottenere tanto sul piano della “conquista” culturale tra i cittadini, il che costituisce l’avvio –la premessa- di nuovi equilibri politici.

      Non bisogna sottovalutare questo obiettivo. Se la ratio della politica è costituita soprattutto dai rapporti di forza, la conquista di rapporti di forza favorevoli si gioca a partire dall’attività informativo-culturale –che si fa anche, o soprattutto, attraverso le lotte-. Questa lezione è tutta inscritta in un grande passo di Marx: “L’arma della critica non può certamente vincere la critica delle armi. La forza materiale deve essere abbattuta dalla forza materiale. Ma anche la teoria diviene una forza materiale quando si impadronisce delle masse” (Introduzione a Per la critica della filosofia del diritto di Hegel).

 

Uno schema di lotta da generalizzare

Tale modo di procedere non vale solo per quanto concerne la QM. È uno schema d’azione da applicare anche ad altri obiettivi del partito. Ciò richiede il passaggio dalle Tesi (assolutamente fondamentali, ma necessariamente lunghe) a un Programma da esse derivato, facendone uno snello strumento d’identità politica su cui basare l’azione quotidiana nei vari contesti di lotta.

 

Prospettive

Questa parte dovrebbe contenere le soluzioni concrete, frutto dell’azione analitico-progettuale. Si tratta di un lavoro eminentemente tecnico, agevolmente fattibile in via teorica, ma risulta privo di ogni prospettiva reale se non si concretizzano le condizioni politico-culturali esposte nelle parti I e II.

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