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Cercasi CGIL
disperatamente

DOCUMENTO COSTITUENDO COORDINAMENTO SINDACALE SOCIALISTA “FERNANDO SANTI”

  1. Perché un coordinamento sindacale socialista per una Cgil radicale, conflittuale e di classe.

Gli ultimi congressi della Cgil, così come il concreto operato in quasi tutte le vertenze e le lotte sociali di questi decenni, non hanno operato un cambio di rotta rispetto alle scelte di compatibilità e di concertazione né hanno manifestato una politica sindacale radicalmente antiliberista che molti fra i lavoratori e le lavoratrici avevano atteso. La conflittualità sociale e la partecipazione alle mobilitazioni e agli scioperi – salve eccezioni contingenti – sono in decremento, per colpa di un quadro normativo via via più limitante ma anche per assenza di continuità e di strumenti come le casse di resistenza (o un fondo alimentato da una quota minima da prelevare dai proventi del tesseramento), mentre alcuni settori sindacali negano nei fatti l’autonomia dalla politica della sinistra istituzionale o meglio centrosinistra liberista con i suoi tratti antipopolari e post-costituzionali (un’autentica “cappa antisocialista”). Infatti, il sistema istituzionale vigente nel corso della cd. “seconda Repubblica” si manifesta basato su principi come il sistema elettorale maggioritario, il rispetto dei parametri del trattato di Maastricht, ripetute revisioni della Costituzione del 1948, ricorrenti partecipazioni dell’Italia a avventure belliche volute da Usa e Nato, compressione dei diritti sociali e del potere d’acquisto dei salari. Come lavoratori socialisti ci impegniamo a un superamento di questo assetto strutturale e per la difesa e attuazione della Costituzione originaria.

Come lavoratori e lavoratrici legati alla composita tradizione della cultura del socialismo di sinistra, il cui ruolo è stato significativo nella storia della CGIL, abbiamo scelto di autoconvocarci per costituire una nostra autonoma presenza nel sindacato in collaborazione con i movimenti, le vertenze in corso e le altre componenti che si prefiggono un sindacato conflittuale e radicalmente antiliberista.

In questi anni, soprattutto in occasione di governi di centrosinistra o di quelli tecnici, la Cgil non si è contrapposta al governo e al padronato in modo efficace, a causa anche della ricerca di una faticosa unità con i vertici di Cisl, un sindacato che dichiaratamente esprime posizioni moderate e di superamento del conflitto sociale a favore di un modello sindacale ridotto a cinghia di trasmissione con le istituzioni ovvero ad un Caf che fa prestazioni individuali per i soli iscritti.

Occorre pertanto provare a rovesciare questo modello, forse vincente a livello di iscritti in alcune categorie ma destinato a non dare un futuro ai diritti sociali dei lavoratori al tempo del declino produttivo italiano, della crisi dell’egemonia neoliberale e della globalizzazione unipolare. Occorre mobilitare il mondo del lavoro contrastando la tendenza alla divisione contrattuale, all’atomizzazione e della terziarizzazione di esso. Occorre mettere in discussione le compatibilità di sistema in virtù di un pensiero forte che, a nostro avviso, deve riprendere le elaborazioni di ciò che è stato il socialismo di sinistra in Italia e attualmente avviene in molti paesi dell’Europa tanto nel sindacato quanto nelle istituzioni. Individuiamo come punti attuali di riferimento delle nostre elaborazioni personalità come i compagni J. Corbyn e J.-L. Melenchon, nonché i movimenti antiliberisti legati al social forum internazionale. Come lavoratori e dirigenti socialisti siamo impegnati per il rilancio economico dell’Italia e al contempo perseguiamo una prospettiva internazionalistica di solidarietà fra popolazioni e classi lavoratrici ovunque oppresse e sfruttate dalle diverse manifestazioni del neocolonalismo.

Riteniamo che una ricostruzione di una forza neosocialista non possa prescindere da una forte presenza dei socialisti nel sindacato così come sosteniamo la cultura politica del sindacato possa e debba essere rinnovata dalle nostre elaborazioni e pratiche neosocialiste. Intitoliamo questo coordinamento ad una figura storica del socialismo italiano nel sindacato, Fernando Santi.

 

  1. Per una ricognizione del presente e delle nostre richieste

Da almeno il 2007-2008 attraversiamo una fase di straordinaria gravità di crisi economica del sistema occidentale, caratterizzata di recente da una pandemia mondiale, dall’aggravarsi della crisi ambientale e dalla minaccia che la “terza guerra mondiale a frammenti” assuma una dimensione organica e irreversibile. La gestione neocapitalistica della crisi, dopo la fase più acuta della pandemia, ha avviato importanti politiche di spesa: tra manovre economiche e fondi europei sono stati stanziati 396 miliardi di euro, per la maggior parte a debito, che dovremo quindi ripagare nei prossimi anni e che già paghiamo in termini di ulteriori “riforme” in senso liberista. Al concetto di resilienza, funzionale all’accettazione dello status quo imposto dalle élite cosmopolite, contrapponiamo quelli di resistenza popolare e di programmazione democratica cari alla tradizione del movimento dei lavoratori. Nonostante decenni di sacrifici e precariato, le risorse per lo Stato Sociale, il lavoro, i salari, la sicurezza, le pensioni, gli investimenti nel Sud e l’occupazione dei giovani e delle donne sono stati ridotti e risultano insufficienti, tanto più in un contesto di differenze territoriali e regionali, che di fatto ha abolito un sistema sanitario realmente nazionale; in larghissima parte, ancora una volta, queste risorse sono andate principalmente alle imprese e al mercato. Ancora una volta, sanità e scuola sono state sacrificate in nome della scellerata decisione di aumentare le spese militari e di un’inaccettabile cobelligeranza nel conflitto russo-ucraino.

Come ha recentemente indicato Alessandro Volpi, il governo Meloni sta davvero percorrendo una strada estremamente pericolosa, tanto più in associazione con le revisioni costituzionali proposte. Il quadro che emerge dalla Nadef è il seguente: con l’attuale pressione fiscale, da qui al 2026 sarà necessaria una riduzione della spesa pubblica, a cominciare dalla sanità per 88 miliardi; un taglio praticamente insostenibile e l’unico salvagente per il debito diventato gigantesco – siamo già oltre i 3000 miliardi di euro – saranno, ancora secondo la Nadef, le privatizzazioni. Il governo fa esplodere il debito, deve tagliare brutalmente la spesa perché non può pagare gli interessi e dunque privatizza tutto il possibile. Nel frattempo la borsa di Milano paga dividendi in due anni per 140 miliardi di euro, con un gettito fiscale risibile.

Come lavoratori socialisti ci impegniamo affinché la Cgil dia vita a una vertenza unificante, per ottenere risorse e investimenti per il lavoro, per finanziare una riforma del sistema pensionistico in senso egualitario e socialmente sostenibile e per veri aumenti salariali, tanto più necessari e urgenti a causa dell’aumento dei costi energetici. Ci impegniamo in ogni luogo per rilanciare un ruolo di opposizione sociale per il sindacato. Ci impegniamo per contrastare altri tagli ai servizi sociali e nuove privatizzazioni, anche quando sostenuti dalla retorica del “ce lo chiede l’Unione europea”. Siamo impegnati per contrastare l’autonomia differenziata e il ripristino del titolo quinto nella sua formulazione originaria del ’48 così come ogni revisione avvenuta o proposta dagli anni Novanta (pareggio di bilancio, presidenzialismo, istituzione di una camera dei notabili nominati dagli enti locali al posto del Senato).

Dagli anni Novanta, in concomitanza con la crisi dei partiti democratici, in Italia i salari reali sono diminuiti, gli orari medi sono più lunghi, la precarietà è aumentata, il tasso di occupazione delle donne, soprattutto al Sud, è molto più basso della media europea, tre persone al giorno in media muoiono sul lavoro. Il bilancio della CGIL non può non essere autocritico, teso a mettere in discussione la linea che ha accettato e praticato in questi decenni. In tal senso chiediamo una campagna di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, proponendola per legge. L’incremento di produttività e i minori costi collegati alle applicazioni di tecnologie informatiche e digitali devono essere immediatamente tradotti in aumento della qualità del lavoro, riduzione dell’orario e quindi aumento dell’occupazione.

Rilanciamo la proposta, già espressa nella Costituzione in particolare con l’art. 43 (di cui va proposta una legge organica di applicazione in relazione al declino produttivo italiano), di un coinvolgimento dei lavoratori e di rinnovate partecipazioni statali nella creazione e gestione di imprese attinenti servizi pubblici essenziali, fonti di energia e situazioni di monopolio. In tal senso, come primo passo, sosteniamo un processo di piena ripubblicizzazione della gestione del servizio idrico integrato. Nelle imprese private i lavoratori devono partecipare alla gestione delle diverse fasi della produzione: solo così e con il ripristino e rinnovamento dello Statuto dei lavoratori la democrazia può superare i cancelli di ogni impresa, piccola o grande che sia.

Il sindacato, conscio delle trasformazioni verificatesi nel corso del trentennio neoliberista, deve riproporre con forza in tutte le sedi l’esigenza di un’agenzia pubblica di sviluppo nel campo delle tecnologie e dei settori strategici per un nuovo modello di sviluppo. Una nuova IRI va considerata come vettore di sviluppo in un’ottica multipolare e di cooperazione Sud-Sud, sottratta ai vincoli dei parametri di Maastricht, oltre che occasione di assunzione e promozione professionale per un’occupazione qualificata sottratta a sua volta alle necessità dell’emigrazione nei paesi a capitalismo più maturo. Fra i primi compiti specifici di questa rinnovata IRI possono essere indicati la realizzazione di piattaforme digitali pubbliche anche a scopi didattici, l’elaborazione di innovazione tecnologiche e medico-scientifiche (vaccini e farmaci pubblici, come ha testimoniato il caso del vaccino cubano) e in generale la promozione di innovazioni produttive e infrastrutture tecnologiche sottratte a logiche di mercato.

Una vera legge contro le delocalizzazioni, che superi quella inefficace vigente, deve essere assunta come impegno e accompagnata da una proposta di nazionalizzazioni (il cui eventuale indennizzo deve tenere conto dei costi sociali e tributari delle stesse scelte aziendali) e di piani di intervento pubblico.

Sosteniamo la proposta di un salario minimo agganciato a meccanismi di recupero della reale inflazione, superando pertanto i valori inferiori dell’IPCA.

Chiediamo la riduzione dell’età pensionabile, a cominciare dalla parte femminile del lavoro. Chiediamo un ulteriore impegno per il ripristino dell’articolo 18, aggiornato ed inserito nella realtà occupazionale determinatasi e riguardante anche le partite IVA fittizie, con l’abrogazione delle disposizioni emanate dal cd. Jobs acr per i neoassunti. Chiediamo una critica radicale e coerente del ruolo dell’EU, subalterna agli interessi del capitale finanziario e protettorato della Nato.

Dobbiamo garantire le stabilizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici precarie, sia nel pubblico che nel privato, impedire l’esternalizzazione di rami d’azienda, riassorbire appalti e esternalizzazioni nei servizi pubblici, rafforzare la clausola sociale, vietare lo staff leasing e l’uso improprio del lavoro para-subordinato e delle partite IVA, riconducendo al lavoro dipendente tutti i rapporti di lavoro fittiziamente autonomi.

La cassa integrazione deve aumentare il proprio importo e essere estesa universalmente a tutti i lavoratori e le lavoratrici, attraverso un maggior contributo a carico delle imprese.

La questione della sicurezza sul lavoro va posta come fondamentale: la media di tre morti al giorno sul lavoro, in aumento, si associa al dato silenzioso del numero di infortuni e malattie professionali. Ancora più inaccettabili sono i casi avvenuti negli anni scorsi di ragazzi giovanissimi morti in alternanza scuola-lavoro o tirocinio. Tutto ciò è la misura dell’assoluto disinteresse, in nome del profitto, verso salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, un dato emerso in modo feroce nella gestione della crisi sanitaria. Va rilanciata una grande campagna per introdurre il reato di omicidio sul lavoro e definita l’istituzione di una Procura nazionale per la sicurezza. Occorre aumentare gli organici ispettivi. Il tema della sicurezza va integrato, soprattutto nei lavori di cura, con quello del benessere complessivo dei lavoratori: il sindacato deve impegnarsi ad ogni livello, a partire da un’apposita formazione per iscritti e RSU-RLS, per promuovere il benessere psico-fisico dei lavoratori e di chi partecipa degli ambienti di lavoro, mediante formazione, interventi nei singoli luoghi di lavoro e proposte normative e contrattuali.

Sul piano fiscale riteniamo sbagliate le soluzioni assunte dai governi in tema di defiscalizzazione di straordinari, welfare aziendale e salario accessorio, perché sottraggono risorse al sistema generale, quindi alla spesa pubblica. Perseguiamo una politica fiscale basata sul ripristino di numerosi scaglioni tributari sulla base dei redditi complessivi (realtà favorita dagli attuali sistemi di controllo e verifica informatici), con una sempre maggiore tassazione su rendite, prodotti e transazioni finanziari e extra-profitti a favore di una minore tassazione sul lavoro. L’introduzione di una patrimoniale è un’esigenza inderogabile dei nostri tempi.

TAVOLA ROTONDA:
IL MONDO DEL LAVORO E LE RELAZIONI SINDACALI

Roma, 4 novembre 2023
Festa nazionale di Risorgimento Socialista

Sono intervenuti: Stefano Fassina - Sandro Valentini - Guido Aiazzi - Edoadro Walken - Giorgio Vanzini - Francesco Cori - Domenico Metaponte - Gaetano Colantuono - Vadim Bottoni - Massimo Crisci - Manfredi Mangano - Luca Massimo Climati

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