Le relazioni bilaterali tra Colombia e Venezuela

di Maddalena Celano


In questo articolo Maddalena Celano cerca di approfondire la storia politica, istituzionale ed economica delle relazioni tra Colombia e Venezuela. L’articolo si concentra sugli elementi di tensione e chiarimento, valorizzando la recente svolta a sinistra adottata dal governo colombiano. La nuova partnership assume un valore aggiuntivo che permetterà ai due Stati di portare avanti un processo di integrazione regionale, collaborazione, ricerca di pace e prosperità.

Le relazioni economiche tra Colombia e Venezuela rivestono un valore strategico per entrambi i paesi, ma sono state influenzate da fattori politici e istituzionali che richiedono un re-orientamento.

Colombia e Venezuela sono legati da profondi legami storici, culturali, sociali, economici e antropologici; rappresentano senza dubbio mercati naturali. La storia recente ha conosciuto alti e bassi, come la decisione del governo venezuelano di interrompere le relazioni con la Colombia, nel febbraio 2019, in risposta alla decisione dell’amministrazione Duque di sostenere il tentativo di fornire presunti “aiuti umanitari” al Venezuela (di fatto, sostenendo la “dissidenza” interna al Venezuela), al confine di Cúcuta – San Antonio del Táchira.

Per anni ha contribuito, alla costruzione dell’integrazione tra i due paesi, l’egida multilaterale dell’Accordo di Cartagena, attualmente Comunità Andina (CAN). Parte del gruppo negoziale, ha portato all’adesione del Venezuela a tale accordo nel 1973, durante le riunioni della Commissione a Lima. Successivamente, il presidente venezuelano Carlos Andrés Pérez, ha presieduto la commissione in momenti di forte slancio per il processo.

Il ritiro del Venezuela dall’Accordo di Cartagena ha messo in crisi il processo di integrazione, considerando che Colombia e Venezuela rappresentavano l’asse principale del commercio intra-andino.

Il picco del commercio bilaterale è stato registrato nel 2008, con quasi 7,3 miliardi di dollari e una componente manifatturiera superiore all’85%. Tutto questo è crollato, inclusa la rete commerciale tra i due paesi, portando lo scambio a cifre ridicole. Dopo l’uscita del Venezuela dalla CAN, i due paesi hanno negoziato un accordo commerciale nell’ambito dell’ALADI (Associazione Latinoamericana d’Integrazione) per mantenere alcune preferenze tariffarie, ma l’accordo è stato inefficace a causa del controllo dei cambi e della virtuale nazionalizzazione del commercio estero, applicata in Venezuela.

Il presidente Chávez ha promosso, nel 2006, la controversa incorporazione del Venezuela nel Mercosur, con il perfezionamento raggiunto nel 2012 a causa di opposizioni politiche nei congressi brasiliano e paraguaiano. Tuttavia, nel 2017, il Venezuela è stato sospeso dal Mercosur per una presunta violazione della clausola democratica. Con l’elezione del presidente Gustavo Petro, in Colombia, è stato annunciato il ristabilimento delle relazioni diplomatiche e commerciali tra i due paesi. Sebbene si siano svolti numerosi incontri, gli annunci politici hanno superato la realtà. Il livello di de-istituzionalizzazione, causato dalla chiusura delle frontiere, ha favorito l’azione di gruppi mafiosi, complicando la lotta contro il commercio illegale.

Ma, tra settembre 2022 e gennaio 2023, lo scambio formale è stato di soli 27 milioni di dollari, indicando la persistenza dell’illegalità per eludere controlli e tasse. Il presidente dell’ANALDEX (Associazione Nazionale del Commercio) della Colombia, Javier Díaz, ha dichiarato: “Le mafie che prima erano sotto i ponti, ora sono sui ponti”. Dai sindacati venezuelani emerge che l’economia resta depressa e sarà necessaria una transizione, poiché il PIL si è contratto del’80% per otto anni consecutivi (2013-2021). Il Venezuela non è più il grande mercato del passato, afflitto da iperinflazione e iper-svalutazione del bolivar. La dollarizzazione dell’economia ha portato alla perdita di potere d’acquisto dei lavoratori del settore pubblico e dei pensionati.

Tuttavia, Venezuela e Colombia hanno riaffermato, nel luglio 2022, la loro volontà di normalizzare le relazioni bilaterali tra le due nazioni, mentre attendevano che Gustavo Petro entrasse in carica come Presidente della Colombia, il 7 agosto 2022. Nelle dichiarazioni trasmesse da Venezolana de Televisión (VTV), il Ministro del Potere Popolare e degli Affari Esteri del Venezuela, Carlos Faría, ha spiegato che questa misura, ovvero la normalizzazione dei rapporti venezuelano-colombiani, entrerà in vigore immediatamente. “Abbiamo concordato di stabilire, non appena arriverà quel momento, immediatamente, di reintegrare gli ambasciatori che rappresenteranno i nostri paesi, tutte le squadre che dovrebbero lavorare nei diversi consolati, sia in Venezuela che in Colombia”, ha detto Faría dopo un incontro con il ministro degli Esteri designato della Colombia, Álvaro Leyva, nello stato di Táchira. Faría ha precisato che, durante l’incontro, si è discusso e concordato di lavorare per la sicurezza della frontiera, così come di riaprirla, gradualmente, dopo la presa del potere da parte di Petro. Da parte sua, il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, ha lanciato un appello alla società colombiana e venezuelana affinché si cerchi una nuova fase di relazioni di cooperazione tra le due nazioni caraibiche. Solo il 16 febbraio 2023, Venezuela e Colombia hanno riattivato un accordo commerciale firmato nel 2011, ma sospeso per quattro anni dopo la rottura delle relazioni bilaterali, a causa di tensioni politiche. L’intesa è stata siglata dai presidenti Nicolas Maduro e Gustavo Petro durante un incontro con Maduro organizzato al confine tra Ureña (Venezuela occidentale) e Cucuta (a nord della Colombia). “Dobbiamo rimuovere tutte le barriere che possono esistere” sul commercio, ha detto Petro. Si tratta dello stesso accordo firmato nel 2011, dopo la decisione dell’ex presidente venezuelano Hugo Chavez (1999-2013) di ritirare il suo paese dalla Comunità andina (Can), l’accordo ha stabilito preferenze tariffarie e criteri di controllo per i prodotti commercializzati. È entrato in vigore nel 2012. L’accordo firmato “aggiorna” le tariffe e le condizioni, come ha spiegato Maduro, senza fornire ulteriori dettagli. Personalmente, credo che l’integrazione tra Colombia e Venezuela debba essere ripristinata in un contesto di sicurezza delle rispettive frontiere, attualmente nelle mani della criminalità organizzata e dei gruppi irregolari. Senza una solida base istituzionale, non si creerà un clima favorevole all’integrazione. Quando si verificherà un cambiamento di modello istituzionale e un rafforzamento dello stato, dei rispettivi paesi, entrambe le nazioni potranno promuovere l’integrazione bilaterale. Nel frattempo, si auspica il rapido funzionamento dei consolati richiesti dai cittadini venezuelani in Colombia e dai colombiani in Venezuela, oltre al ripristino dei collegamenti aerei e di tutte le precedenti relazioni commerciali, al di là delle dichiarazioni governative.

Maddalena Celano

La rivincita dei "Non Allineati"

di Gabriele Germani


Nel mondo d’oggi stiamo assistendo alla trasformazione delle vecchie dinamiche globali: l’ordine centro-periferia, Occidente-centrico e Atlantico-centrico sta arretrando vistosamente.

Questo nuovo paradigma si caratterizza per il ruolo di attori emergenti e dinamici come Cina, mondo arabo, Africa e America Latina, guidata da Brasile e Venezuela. La Cina, con la sua economia in rapida crescita, si sta affermando sul palcoscenico delle relazioni internazionali con una strategia win-win, di cooperazione e dialogo.
La sua politica estera si fonda su principi di non interferenza negli affari interni altrui. La Belt and Road Initiative (BRI) promuove lo sviluppo sostenibile. Lo spostamento di denaro dai titoli USA all’Asia e soprattutto all’Africa, il continente più giovane del mondo, sta creando una situazione esplosiva, che l’Occidente non potrà continuare ad ignorare.

La crescente influenza energetica della Repubblica Popolare sta ridisegnando le rotte globali (ad esempio, è diventata la principale importatrice di petrolio saudita, con tutto ciò che geo-economicamente comporta). Il mondo arabo sta vivendo un periodo di caos positivo.
Dopo anni di instabilità politica, gli Stati della regione stanno cercando di diversificare i partner internazionale, affiancando gli emergenti agli USA. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Bahrain e Qatar stanno investendo in energia verde, turismo, sport, intrattenimento per diversificare le loro economie e ridurre la dipendenza dall’esportazione di petrolio.
Dubai, negli ultimi anni, ha lanciato un programma spaziale coinvolgendo Israele, progetto accantonato dopo i fatti di Gaza.
L’accordo tra sauditi e iraniani, siglato a Pechino, ha aperto un nuovo scenario di distensione, favorendo l’adesione ai BRICS; va ricordato che il primo gennaio del 2024 Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iran sono diventati membri del gruppo.

L’Africa, con le sue risorse naturali e il potenziale economico inespresso, sta emergendo ora. Molti Stati africani stanno attirando investimenti stranieri e cercando partner per costruire industrie e infrastrutture (ruolo che Cina, India, Russia e Turchia ricoprono con piacere).
L’Unione Africana (UA) sta giocando un ruolo importante nell’affrontare le sfide regionali. La sede dell’organizzazione ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, ci fa capire anche l’adesione simbolica di questo Stato ai BRICS sempre il primo gennaio. Il continente brilla per numero di attori con enorme potenziale demografico, economico e commerciale: Algeria, Marocco, Nigeria, Etiopia, Sudafrica e Angola solo per dirne alcuni dei più noti.

Il Brasile sotto la guida di Lula ha cercato di tirare una fune verso l’Africa, ad esempio investendo massicciamente nell’agroalimentare angolano (uno Stato lusofono, non a caso).
Il Sud America è forse l’area dove il multipolarismo fatica di più a mostrarsi, per via della resistenza USA al cambiamento nella regione: la vittoria di Milei in Argentina, il caos provocato in Ecuador o le ambiguità di alcuni governi progressisti (Cile) sembrano confermare questa tendenza.

Il presente ci mostra gli scorci di un mondo in cui prevarrà il policentrismo e la rete paritaria tra le parti.

Il Venezuela resiste
alle sanzioni degli USA

di Maddalena Celano

Il Venezuela ha sollevato la sua voce di sfida contro le recenti sanzioni statunitensi, delineando un confronto che va oltre la superficie politica per tuffarsi nei meandri della lotta di classe. La vicepresidente Delcy Rodriguez ha respinto con veemenza l’ultimatum proveniente dal governo degli Stati Uniti, definendolo un ricatto rude e improprio. Questa reazione non è soltanto una risposta alle sanzioni economiche, ma è la manifestazione di una resistenza radicata nella lotta per la sovranità e la giustizia sociale.

Le recenti sanzioni, giustificate dal presunto mancato rispetto da parte del Venezuela degli accordi firmati alle Barbados, vanno oltre una semplice misura coercitiva. Esse rappresentano uno strumento di guerra economica, un’arma nelle mani dell’imperialismo che cerca di indebolire il paese sudamericano e influenzarne il corso politico. La unilateralità di queste sanzioni, imposte senza il consenso di organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, evidenzia la natura imperialista di un’azione volta a sottomettere un paese alle volontà egemoniche degli Stati Uniti.

L’imperialismo intriso nelle sanzioni è ulteriormente evidenziato dal fatto che sono chiaramente finalizzate a favorire l’opposizione neoliberista all’interno del Venezuela. Questo aspetto rivela una vera e propria interferenza negli affari interni, una violazione della sovranità nazionale che sottolinea l’ambizione statunitense di plasmare il destino del paese sudamericano secondo i propri interessi geopolitici ed economici.

Il divieto di bloccare la candidatura dell’opposizione alle elezioni presidenziali, il cui principale esponente è Maria Corina Machado, ha innescato una serie di reazioni che vanno oltre la semplice disputa politica. La Corte Suprema venezuelana ha ratificato l’interdizione di 15 anni per Machado, accusandola di danneggiare la nazione, frode, crimini fiscali e di caldeggiare ulteriori sanzioni economiche dagli Stati Uniti.

Tale mossa è stata giudicata da alcuni come una “criminalità giudiziaria”, rafforzando il concetto di una giustizia strumentalizzata a servizio degli interessi imperialisti. Gli Stati Uniti, nel loro tentativo di influenzare le elezioni e favorire un’opposizione allineata ai loro interessi, hanno annunciato la revisione della loro politica di sanzioni contro il Venezuela. Questo non è solo un segnale di ingerenza diretta, ma anche un chiaro tentativo di plasmare il panorama politico venezuelano in base alle loro preferenze. Il contesto economico, caratterizzato dalla ricchezza del Venezuela in termini di risorse naturali, soprattutto il petrolio, gioca un ruolo cruciale nella morsa imperialista.

Gli Stati Uniti cercano di esercitare controllo su queste risorse, evidenziando la loro mentalità imperialista e la sete di dominio economico sulla regione. La narrazione mediatica internazionale contribuisce a plasmare le opinioni sulla situazione venezuelana, spesso distorta da interessi politici ed economici stranieri. La copertura mediatica, selettiva e distorta, contribuisce a creare una percezione di chiari attacchi imperialisti, alimentando la narrativa di un Venezuela sull’orlo del caos.

In questo contesto, la resistenza del Venezuela alle sanzioni imperialiste non è solo una questione politica, ma una lotta per la giustizia sociale, la sovranità nazionale e l’autodeterminazione. La comunità internazionale dovrebbe alzare la voce contro queste azioni imperialiste e sostenere il Venezuela nella sua battaglia per una vera democrazia e dignità nazionale.